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Più che di un libro su Jean-Luc Nancy, si tratta di un accumulo. Questa caratteristica non dice la sola particolarità di questo testo, ma mostra una cifra di quello che vorrebbe presentarsi come un corpus filosofico. Ne va qui di quella che comunemente chiamiamo filosofia. Questo testo, nella partizione che lo costituisce, è irriproducibile, irripetibile. Non può essere supportato da chiavi di lettura, che lo introducano o ne anticipino i motivi salienti. Nella sua esclusività esso chiama la parola a deporsi nel tocco del proprio corpo e, dopo una lunghissima deviazione, a fare il verso a se stessa.[1]

Analizzando la questione filosofica del toccare, del produrre senso sulla superficie dell’esistere, non bisogna forse anche toccarlo, in un certo senso, il filosofo, così come si è stati toccati da lui, indirizzarsi singolarmente a lui,? “In un certo senso, ma quale senso, il senso è il toccare. L’esser qui, fianco a fianco, di tutti gli esser-ci”.[2] Il senso è il toccare sostiene ora Nancy. L’essere non è più né sostanza né soggetto, bensì attività o evento del respirare, guardare e toccare. Questo primato del toccare deve essere però inteso nell’ambito di un pensiero radicalmente finito, per il quale il tratto saliente dell’esistenza è il suo significato singolare-plurale, l’essere al mondo di un soggetto che è infinita esposizione, nuda ostensione, vulnerabile esteriorità. Se la peculiarità dell’esistenza è il non avere alcuna essenza, il corpo è l’essere dell’esistenza, il luogo del suo accadere, l’apertura, la spaziatura, l’effrazione, l’iscrizione del senso, se l’esistenza appare come un’esposizione corporea, allora il pensiero avrà come oggetto il corpo e l’esperienza del toccare, l’istituzione del senso nell’estensione e vibrazione dei corpi. nel testo di Derrida il filo del discorso, nel suo avvolgersi, si gioca dall’inizio alla fine sulle metonimie del toccare, che Derrida vuole offrire all’amico-discepolo Jean-Luc Nancy. Nancy sa che pensare il toccare non può e non deve significare toccare. “Il passaggio concettuale, se così si può dire, dell’argomentazione tra l’estensione del corpo e l’estensione della psiche o del pensiero, è ciò che in tutte e due eccede la misura. E dunque la misura comune. È dunque la misura comune. È la loro comune incommensurabilità”. I sensi sono cinque, tre oggettivi (tactus, visus, auditus), due soggettivi (gustus, olfactus). Secondo certi criteri il primo è il tatto perché è il solo senso della percezione esteriore immediata, quindi più certa. Aristotele ha scritto che “il tatto è il solo senso che sia indispensabile all’esistenza del vivente in quanto tale. Gli altri sensi non sono destinati ad assicurare l’essere dell’animale o del vivente, ma soltanto il suo ben-essere. Ma senza il tatto, l’animale non potrebbe esistere”. Derrida si chiede: che ne è della divisione dei sensi ricordando le parole di Aristotele: “si può vivere senza vedere, udire, gustare, sentire, ma non si sopravviverà mai un solo istante senza essere a contatto, in contatto. L’essenza del tatto è l’attività motrice e la mano ne è l’espressione privilegiata, più alta”. Nancy, invece, tende a lasciarsi alle spalle la tradizione: “A me sembra che Nancy rompa con queste metafisiche aptocentriste, o comunque ne prenda le distanze. Il suo discorso sul tatto non è intuizionista, né continuista, né omogenista, né individualista. Richiama prima di tutto la divisione, la partizione, la discontinuità, l’interruzione, la cesura: la sincope”[3].

Toccare il cuore di pietra delle cose è il compito del pensiero, e il toccare il proprio stesso limite, la propria finitezza e la finitezza della cosa in quanto essenziale molteplicità, “riserva estrema” del senso o dell’essere.[4]

A differenza di quanto la tradizione filosofica abbia sostenuto nel ritenere pensiero e realtà categorie separate da un dislivello ontologico, Nancy ritiene che il pensiero sia intimamente legato alla realtà in virtù del suo toccare; il toccare del pensiero ha a che fare con la sua natura estatica, con il suo costitutivo alienarsi da sé per esprimere il senso stesso delle cose. Che il pensiero tocchi significa che ogni qualvolta si pensa, si pensa qualcosa, la si tocca, anzi, la si sfiora. Lo sfiorare, l’approssimarsi è la vera natura del toccare. Non c’è tocco, non c’è contatto ma solo sfioramento, un approssimarsi. Nancy ricorda l’etimologia latina di pensare che significa pesare, soppesare e, infatti un pensiero pesa nella misura in cui esercita su di noi una pressione che, a certi livelli, diventa palpabile, percepibile. In questi casi si ha la sensazione che il pensiero sia quasi materiale. Si tratta di un’esperienza limite perché questa sensazione è tipica di certi stati emotivi quando un pensiero si impone in maniera così forte da condizionare e orientare la nostra fisicità. In ogni caso il peso del pensiero consiste nella capacità di fare senso perché non esiste realtà se non in quanto pensata. Il nodo problematico della pesabilità del pensiero resta l’inappropriabilità del pensiero pesante; a tal proposito Nancy scrive: «noi non abbiamo accesso al peso del senso, non più di quanto abbiamo accesso al senso del peso» e aggiunge che proprio questo non accesso ci rende pesanti. Il pensiero pesa perché il senso del mondo non ci si dona una volta per tutte e la pesantezza risiede in questa difficoltà, in questo sforzo di fare senso, di costruire forme, paradigmi, orizzonti di senso. L’inappropriabilità del pensiero pesante consiste in questa sfuggevolezza del senso, dell’essenza, nell’irriducibilità del senso a sostanza. Quando si pensa di aver accesso al senso, di poterlo dominare, il senso si eclissa ritorna ad essere qualcosa che ha a che fare con la morte, con l’irriducibile, l’ineffabile. La finitezza, la morte è così assoluta e ineludibile, da essere qualcosa che non finisce e che rinvia ad un’apertura, ad un senso che però, è sempre un ritaglio di quel nulla originario che non può essere cancellato. L’esistenza si configura come quell’essere esposto, quell’erranza che sosta tra questa finitezza originaria e un’erranza es-peau-sta. Derrida definì Nancy il più grande filosofo del contatto e del toccare. Per toccare il cuore delle cose, per non riassorbirle nell’attribuzione di significati, non inscriverle in un paradigma proiettivo, occorre che l’enunciato vada a e – scriversi in esse. Entra in gioco l’escrizione, nuova scrittura. Un pensiero finito non può che e-scriversi: scriversi fuori. Il pensiero eccede se stesso e grava fuori di se nel tentativo di cogliere la cosa impenetrabile. “La finitezza del pensiero determina la sua pesantezza, il suo peso”. Il peso innanzi tutto: peso è la finitezza stessa, il peso della cosa in quanto eccede il pensiero, grava all’esterno”. L’impenetrabilità della cosa, è ciò che grava sulla ragione e che la chiama ad essere tale. Quindi la figura del peso del pensiero è importante, ed è simmetrica a quella del cuore delle cose e del loro battito silenzioso e immoto. La pietra dura e opaca è un’altra importante figura ricorrente del discorso di Nancy sul pensiero contemporaneo, ed indica “quanto c’è di più lontano dal regno del significato e dello spirito”:  il cuore delle cose è un cuore di pietra duro e pesante contro cui il pensiero si infrange riconoscendo il proprio limite, ed è per questo che il linguaggio non deve inscrivere le cose in un significato, ma e-scriversi sulle cose stesse, cercando di cogliere ciò che vi è di lontano in esse, e ottenendo così un contatto più intimo. Si tratta di un movimento unico e paradossale, attraverso il quale il pensiero da più spazio al corpo delle cose, fa esperienza della propria finitezza, e per questo diventa pensiero “sublime”, se si abbraccia la definizione kantiana di sublime come di quel sentimento che nasce nel momento in cui l’immaginazione avverte il proprio limite di fronte alla totalità sublime. Pensiero sublime perché “riconosce nell’immobile, pesante e muto battito del cuore di pietra delle cose il contesto del suo accadere, il suo fuori ineludibile, il limite intraducibile in cui la rappresentazione finisce”.

[1] Jacques Derrida, Toccare Jean-Luc Nancy, 2007, Marietti editore.

[2] Jean-Luc Nancy, Il senso del mondo, 1997, Lanfranchi.

[3] Ivi.

[4] Luisa Bonesio, Un pensiero sublime in Un pensiero finito, 2002, Marcos y Marcos.

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