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Il corpo è l’essere dell’esistenza.                        Jean-Luc Nancy

Il corpo ontologico non è stato ancora pensato. L’ontologia non è stata ancora pensata: essa è fondamentalmente ontologia del corpo. Forse il corpo ontologico può essere pensato solo dove il pensiero tocca la dura estraneità, l’esteriorità non pensante e non pensabile di questo corpo. Che cosa significa pensare, se pensare è pensare i corpi?[1]

L’intento di Nancy è quello di trasformare il ruolo stesso del pensiero e del suo rapporto con l’essere, impostare nuovamente il pensiero occidentale dopo lo smembramento operato dal decostruzionismo; ovvero prima di tutto ricominciare da zero, “inventare” una nuova ontologia.  Tentare di vedere differentemente il rapporto fra essere e essenza, che si ridurrà a quello fra essere ed esistenza, comporta una nuova visione della relazione fra essere e corpo. Nuova ontologia, nuova scrittura. E per farlo è necessario annullare la distanza tra la scrittura e il suo oggetto. La necessità e la difficoltà di oltrepassare la metafisica comporta notevoli difficoltà linguistiche. Infatti Corpus non è un saggio filosofico tradizionale, ma un tentativo di e-scrivere il corpo, nel senso in cui il filosofo concepisce la scrittura: “toccare l’estremità”, cioè forzare il linguaggio fino a costringerlo a “incidere” il suo oggetto. In questo senso Corpus è la e-scrizione (e non descrizione) dei modi, dei casi in cui i corpi si danno come occorrenze, o meglio, venute in presenza.

Scrivere non del corpo, ma il corpo stesso. Il corpo è sul limite, all’estremità. Scrivere: toccare l’estremità. Come giungere a toccare il corpo? Ci si affretta a rispondere che è impossibile. Va detto però che è proprio questo, toccare insomma, quel che accade continuamente nella scrittura.[2]

La scrittura ha luogo sul limite, e se accade qualcosa alla scrittura, le accade solo di toccare. Non esiste scrittura che non tocchi il corpo. Di fronte al nuovo la lingua viene meno: mancanza di parole per esprimere i nuovi concetti e necessità di creare un nuovo lessico. La metafisica era portatrice di un “fono-logo centrismo” per il quale il linguaggio era anzitutto parola parlata, voce viva, caratterizzata da una certa “presenza a se”, capace di avvertire il cuore di se stessa, mentre la scrittura veniva per lo più concepita come messa in atto di artifici, degradata a copia di copia o a mezzo per imitare una presenza che non si lascia mai veramente cogliere – scrittura in quanto tecnica di riproduzione della parola parlata. Da ciò deriva l’importanza attribuita poi al segno che fa riferimento a se stesso, perché trova in se stesso tutto ciò cui rimanda, senza guardare ad un aldilà trascendentale. Il segno come corpo, come qualche cosa di pieno e non più forma vuota pronta ad accogliere un significato esterno ad essa. La complessità linguistica e argomentativa di Nancy ha lo scopo, funzionale alla sua volontà di ricostruzione del “senso” del pensiero contemporaneo, di bombardare il lettore di parole, fino a deformare quelle che possiede e a crearne di nuove per dischiudere in lui uno spazio mentale ancora muto e vergine. Le definizioni vengono date in negativo, ovvero dire ciò che qualcosa non è, per lasciare spazio libero ad un significato altro. E’ proprio sul limite che Nancy individua una zona franca da cui è possibile ripartire con un pensiero diverso e libero da qualsiasi determinazione. Questo spazio vuoto che si crea attraverso l’esasperazione del pensiero, da la possibilità di un nuovo senso. E-scrivere il corpo significa rendergli giustizia attraverso la scrittura ed esporre la sua essenza, quella di essere luogo di esistenza, del quale il pensiero fa parte. E- scrivere il corpo significa toccarlo col pensiero e rispettarlo, per fare in modo che s’incida, si scolpisca e parli nel testo.

È così che l’ontologia si avvera come scrittura. Scrittura non vuol dire mostrare o dimostrare un significato, ma indica un gesto per toccare il senso. Scrivere è pensiero rivolto, inviato al corpo, a ciò che lo allontana, che lo strania. Forse corpo è la parola che per definizione non ha uso. La parola di troppo in ogni linguaggio.[3]

E’ un tentativo di comunicare il corpo senza significarlo, di plasmare il testo seguendo le forme della materia, della carne, con la consapevolezza che è un’impresa fallita in partenza perché noi conosciamo solamente corpi significanti e mai corpi significato. L’e-scrizione del corpo si pone sul limite perché questo è quella zona neutra nella quale il conosciuto sfocia nell’altro da sé e nella quale, quindi, si apre sempre un ventaglio di prospettive e la possibilità di un nuovo senso. La linea di separazione è il solo luogo dal quale il linguaggio tocca l’indescrivibile, cioè da dove il pensiero può, fuggevolmente, toccare il corpo, lasciandolo essere quello che è, lasciandolo alterità, senza forzarlo in un concetto chiaro e distinto. Il limite diventa il solo senso che può avere il pensiero contemporaneo, che si fa portatore di un senso finito. L’e-scrizione conduce ad un discorso a-cefalo e a-fallico:

Platone vuole che un discorso abbia il corpo ben formato di un grande animale, con testa, ventre e coda. Per noi il discorso senza capo né coda è non-sense; sempre ci rivolgiamo al senso e al di là di esso siamo costretti a cedere. Il corpo sta là dove si cede al di là del senso, e questo non è ‘non senso’ in quanto assurdo, ma indica che si tratta di un senso che nessuna figura del senso conosciuta può avvicinare. Senso che ha senso la dove per il senso è il limite. Il discorso corpo non ha né capo né coda, poiché niente fa da supporto a questa materia, ha bisogno di altre categorie di forza e di pensiero .[4]

Infatti  L’obiettivo polemico di Corpus è costituito, per un verso, dall’idea occidentale del corpo come un questo rappresentativo di un quello, come presentazione di un impresentabile per principio, dell’Assoluto, inaugurata dall’Hoc est enim corpus meum della tradizione cristiana e posta come principio di garanzia del reale, secondo il rapporto segnico di rimando tra significante e significato;

Hoc est enim corpus meum è forse la ripetizione per eccellenza, fino all’ossessione. L’angoscia, il desiderio di vedere, di toccare e di mangiare il corpo di Dio, di essere questo corpo e di non essere altro che questo sono il principio di (s)ragione dell’Occidente. Il corpo per noi è sempre sacrificato: ostia. Se hoc est enim corpus meum dice qualcosa, è oltre al parola, non è detto, ma scritto – a corpo morto.[5]

per un altro verso, dalla distinzione fenomenologica tra Körper, corpo oggetto, fisico e Leib, corpo vissuto, vivente. Entrambe queste posizioni concepiscono infatti il corpo in termini di attributo o di possesso, mentre invece per Nancy non abbiamo un corpo ma “lo siamo, lo esistiamo“: il corpo è il luogo dell’esistenza dove viene in presenza il carattere temporalmente limitato dell’essere. L’idea di corpo che sorge è quella di luogo di apertura dell’essere, luogo di esistenza. Il luogo è uno spazio aperto, indefinito, a-cefalo e a-fallico, a-strutturale, che riceve la propria struttura dal pensiero che di volta in volta lo pensa. La caratteristica di un corpo è di essere un’esteriorità non pensabile in sé, né pensante, un’alterità che pesa fuori del pensiero e che lo costringe a calibrare attorno a sé il proprio movimento, perché al di là di lui non c’è nulla.

I corpi non sono un “pieno”, uno spazio riempito: sono spazio aperto, lo spazio, cioè, propriamente spazioso più che spaziale, ciò che ancora si può chiamare luogo. I corpi sono luoghi d’esistenza e non c’è esistenza senza luogo, senza un là, senza un “qui” e un “ci” per il questo. I corpi non hanno luogo, né nel discorso, né nella materia. Hanno luogo sul limite, in quanto limite: limite, bordo esterno, frattura e intersezione dell’estraneo nel continuo del senso, nel continuo della materi. Apertura, discrezione. Un corpo è il luogo che apre, che distanzia, che spazia capo e coda: dando loro luogo per fare evento.[6]

Il corpo è l’essere qui e ora, è l’esposizione dell’esistenza, superficie. Ogni singolo punto del corpo ha in se stesso il valore di zona di esposizione dell’essere. Il corpo è l’esposizione finita dell’esistenza che in esso si rende evidenza. Se per Cartesio la verità del pensiero è l’unica chiara e distinta, per Nancy l’unica verità è l’evidenza sensibile, qui e ora, di questo corpo, di questa materia, senza gerarchie, in ognuno dei suoi luoghi. La conoscenza del e tramite il corpo non è mai totale ed assoluta, ma modale e frammentata, e la forma del discorso che meglio porta tale sapere è quella di un Corpus, appunto, una cartografia, un elenco delle zone del corpo che offre un insieme di approcci equi, mostrando tutto ciò che esso può essere alla nostra esplorazione senza programma né preconcetto. Ciò che importa in Corpus non è il tutto organico, ma le parti sciolte e le loro possibili, quanto molteplici, relazioni. Frammentazione, sospensione e interruzione diventano importanti caratteristiche di tale testo, perché ogni singola parte ha lo stesso valore, ed è un luogo di venuta in presenza del corpo, quindi dell’essere. Il processo, il percorso, la relazione, più che il risultato finale, sono posti in primo piano: la struttura ipertestuale di Corpus, manuale di ontologia corporea, nasce con la consapevolezza che non esiste una verità sovrana, infinita ed eterna, da comunicare, ma una verità come evidenza contingente in ogni qui e ad ogni ora, così come dalla volontà di donare al proprio lettore la giusta libertà di scegliere una personale strada di senso.

Di ciò che non si può dire, è bene non smettere di parlare. Non si deve smettere di spingere la parola, la lingua e il discorso contro questo corpo dal contatto incerto, intermittente, che si sottrae continuamente e che tuttavia insiste. Qua o là, possiamo starne certi, deriverà un corpo a corpo di senso, da cui potrà nascere l’esposizione di un corpo toccato, nominato, e-scritto fuori dal senso, hoc enim.[7]

[1] Jean-Luc Nancy, Corpus, 2007, Napoli, Cronopio.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Ivi.

[6] Ivi.

[7] Ivi.

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