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Il futuro è l’esposizione implacabile alla verità delle anime e dei corpi.                       Jean-Luc Nancy

Quando si parla del corpo contrapposto all’anima, lo si considera sempre come un chiuso, pieno, a sé stante, ammassato, impenetrabile, in una parola tanto radicata nel pensiero filosofico, una sostanza. Per Nancy il corpo è l’esatto contrario del conchiuso e del finito, il corpo è l’aperto, “è l’esatto contrario di un mondo di chiuse monadi”[1],  e non è una sostanza, bensì un soggetto. Perché la sostanza non ha estensione, il corpo è estensione. È un’ esposizione, consiste nell’esporsi.

Possedere la verità in un’anima e in un corpo compongono le prime parole della poesia filosofica: dicono l’appropriazione totale della verità, soggettiva e oggettiva, elevandosi di conseguenza al di là di questa stessa distinzione, nell’assoluta presenza a sé della verità.[2]

Anima e corpo, le due parole con la carica metafisica e poetica per eccellenza, sono qui riunite, ma senza rapporto. La loro significazione è portata al limite,  quasi sospesa e questo rivela la loro più grande intensità. Diventano il limite sul quale si forma il linguaggio, che non è altro che una mediazione tra l’anima e il corpo.

Un’anima e un corpo: è ogni volta uno, ogni volta singolare, ed è ogni volta e, ogni volta legato da una congiunzione che porta con sé la disgiunzione. L’uno non è il senso né la verità dell’altra. L’UNO non è senso dei due (senza i due). Ma la verità va posseduta di volta in volta in ciascuno, e là dove l’uno e l’altra si appartengono separandosi. Anima e corpo non hanno senso né insieme né separati: ma insieme e separati, fanno il limite del senso, di tutti i sensi.[3]

Il corpo non è l’involucro dell’anima ed essa il suo principio di senso: anima e corpo indicano ormai un’assenza di rapporto o un rapporto in-finito. Sono necessarie entrambe per possedere la verità,  ma non secondo un’unione o un’armonia prestabilita, non c’è nessuna copula (come ad esempio tra forma e materia, significato e significante, contenuto e contenitore ecc.).

Un’anima e un corpo: è l’unione, è il sistema per eccellenza, che congiunge fuori e dentro, altrove e qui, è l’animazione e l’incarnazione nella loro reciprocità perfetta. Ma è anche ogni volta nella e, una puntualità in cui la congiunzione si sospende.

Il dualismo cartesiano non è affatto un dualismo, anima e corpo sono distinti per essere sostanzialmente uniti:

il corpo si conosce, ma in quanto è anima o intimamente unito ad essa; l’anima si conosce in quanto estesa, non come il corpo ma attraverso il corpo. Ciò non costituisce un sapere. È un’evidenza oscura, la cui certezza è costituita dall’oscurità. L’anima inestesa viene consegnata all’esteso. Ciò che viene conosciuto consta di due cose distinte in un’unica in distinzione.[4]

Nancy spiega l’unione in questo modo: l’unione, che unisce l’anima (sostanza pensante) e il corpo (sostanza estesa), appartiene ad un terzo ordine che è quello della relazione. La relazione non è assunzione o sussunzione, dipendenza, inclusione ecc., piuttosto: “l’anima può essere toccata dal corpo e il corpo può essere toccato dall’anima”.[5] Vi è solo un tocco tra di essi, che li lascia inalterati. Entrambi sono impenetrabili, e proprio per questo sono uniti; uniti nel contatto della loro impenetrabilità.

Il tocco è un impulso o una pulsione, una pressione, un’impressione o un’espressone, una vibrazione. L’unione avviene nell’ordine del movimento. Essa è ciò in cui, o il modo in cui un moto dell’anima si trasmette al corpo o un moto del corpo si trasmette all’anima. L’unione avviene quando il corpo e l’anima vibrano l’uno nell’altra.[6]

Il dualismo tra anima e corpo può dunque essere inteso non più come una frattura ontologica, bensì come un’ontologia del tra: se è impossibile una sostanza comune, è possibile una unione, essere al mondo ed essere in comune.

L’anima è toccata dalle vestigia impresse nel corpo, cioè dalle tracce estese dell’estensione del mondo. L’anima si espone ad esse secondo una modalità propria dell’estensione: sposa la vibrazione del corpo. Se io cammino, è un’anima camminante; se io dormo, è un’anima dormiente; se io mangio, è un’anima mangiante. E se una lama o una scheggia intaccano la mia pelle, la mia anima è intaccata dalla medesima profondità, forza e forma della ferita. E se io muoio, l’anima diventa la more stessa.[7]

In altre parole l’anima non sperimenta il corpo più di quanto il corpo sperimenti l’anima. Il corpo è l’estensione dell’anima fino alle estremità del mondo e fino al confine del sé, l’uno nell’altra, intricati e indistintamente distinti, estesi, tesi fino a spezzarsi.

[1] Jean-Luc Nancy, Corpus, 2007, Napoli, Cronopio.

[2] Jean-Luc Nancy, Indizi sul corpo, 2009, Torino, Ananke.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Ivi.

[6] Ivi.

[7] Ivi.

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