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Karl Popper, negli anni ’40,  aveva segnalato con lungimirante predizione, la crescente astrattezza a cui la società sarebbe andata incontro:

In conseguenza della perdita del proprio carattere di organicità, una società aperta può diventare quella che amo definire una “società astratta”. Essa può perdere il carattere di gruppo concreto o reale o di sistema di gruppi. Questo punto può essere spiegato per mezzo di una esagerazione. Noi possiamo concepire una società nella quale gli uomini non si incontrano mai faccia a faccia, nella quale tutte le attività sono svolte da individui completamente isoalti che comunicano tra loro per mezzo di lettere dattiloscritte o di telegrammi e che vano in giro in automobili chiuse. (La fecondazione artificiale consentirebbe anche la riproduzione senza la componente personale). Siffatta società fittizia potrebbe essere chiamata una “società completamente o depersonalizzata”. Ora, il punto interessante è che la nostra società assomiglia in molti dei suoi aspetti a siffatta società completamente astratta.[1]

L’astrattezza, o per dirla con Bauman, la liquidità pervade ogni aspetto della realtà post moderna. Il termine postmoderno (o modernità liquida per Bauman) è definito come tale in riferimento ad una condizione morale, psicologica, sociale dell’uomo differente in senso rilevante dall’uomo della modernità, a causa del diffondersi di una cultura orientata in senso iperindividualistico, più radicale di quello moderno; indifferenza verso gli altri e del problema del “senso” dell’esistenza, che nella modernità ebbe a che fare con la ricerca di realizzazione di ideali come libertà, giustizia, uguaglianza; crisi dell’idea di doveri assoluti verso se stessi e gli altri e risoluzione dei doveri in quello della tolleranza (lasciare che ognuno faccia quello che vuole senza compromettere se stessi); riduzione dell’altruismo a gesti sporadici, “raro e indolore”[2]; atteggiamento nei confronti del male come puri spettatori; trasformazione dell’uomo in mero consumatore; precarizzazione e frammentazione dell’esistenza e del lavoro a causa dell’affermarsi di un tipo di organizzazione economica che funziona su improvvise riduzioni della forza-lavoro, dislocazione delle attività produttive; smantellamento dello Stato sociale (tutele e garanzie); assenza di una coscienza critica e uniformità dei modi di pensare e conseguente incapacità di configurarsi qualcosa di diverso e migliore. Rilevante è il ripiegamento  su se stessi,  per ottenere nell’hic et nunc ciò che si desidera, benessere e comodità, quella che Nietzsche definisce morale del comfort e della fashion. Se l’uomo moderno coltivò grandi speranze e grandi utopie, sacrificandosi per i contemporanei, e per se stesso a vantaggio del suo io futuro, nel segno di un’attesa, un rinvio, una procrastinazione:

Mai denigrò il valore delle cose alle quali negava priorità, né ne sottovalutò meriti e valenza. Tali cos erano i premi dell’astinenza auto inflitta, le ricompense per la dilazione volontaria. Quanto più severa l’autolimitazione, tanto più grande sarebbe stata alla fine la possibilità di auto indulgenza. Risparmia, perché quanto più risparmi tanto più potrai spendere. Lavora, perché quanto più lavori tanto più potrai consumare.[3]

L’uomo postmoderno tende a ripiegarsi unicamente sul presente, perché il futuro si fa sempre più incerto e minaccioso (disoccupazione, inquinamento ambientale, disastri nucleari ecc).

Il sentimento del futuro è soprattutto sentimento del presente. Se il nostro presente è certo, certo è, e sentiamo, il nostro futuro. Se il nostro presente diventa incerto perché perdiamo qualcuno o qualcosa di vitale per noi, incerto si fa anche il futuro. Il sentimento della perdita del presente produce il sentimento della perdita del futuro.[4]

Gli  studi linguistici di recente hanno rivolto l’attenzione all’aspetto temporale evidenziando la sempre minor efficienza del futuro che a volte è assimilato al presente. L’atteggiamento di chi parla è quello di sfuggire a situazioni definitive, definite, preferendo quelle più ambigue e sfumate. Questa atrofizzazione è simbolica di una titubanza del futuro, assenza di fede nelle possibilità future, questo modifica la visione del mondo dell’uomo., toglie iniziativa ai soggetti e li pone in una situazione di dètresse esistentiva: il nesso causale tra ieri oggi e domani è fondamentale per l’esistenza. Se nella modernità l’uomo ha vissuto più nel futuro che nel presente perché ha creduto nel trionfo della Storia e del Progresso, nel cammino verso lo Spirito Assoluto e vedeva il futuro come redentore, una terra promessa che avrebbe assicurato un domani luminoso e felice:

il futuro non era nient’altro che la metafora di una promessa messianica. Il messia, una promessa che l’umanità aveva fatto a se stessa: così, futuro faceva rima con promessa, era la promessa.[5]

Oggi, invece:

La positività pura si trasforma in negatività, la promessa diventa minaccia. Certo, le conoscenze si sono sviluppate in modo incredibile ma, incapaci di sopprimere la sofferenza umana e il pessimismo dilaganti. È un paradosso infernale.[6]

Se la società è senza futuro acquista un senso vivere solo nel presente, perché la costruzione di una realtà diversa è sempre meno auspicabile, si rinuncia ad una modifica dell’esistente, ci si sente impotenti, “non si trovano più punti di appoggio: le macerie accumulate con regolarità da più di mezzo secolo li hanno sotterrati sempre più profondamente”.[7]

[1] Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici. Platone totalitario, 1973.

[2] Gilles Lipovetsky, L’era del vuoto. Saggi sull’individualismo contemporaneo, 1995, Milano, Luni Editrice.

[3] Zigmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Bari, 2005, Bari, Laterza.

[4] Giovanni Cera, Il tempo e lo sguardo. Dell’esistenza, 2005, Bari, Adriatica editrice.

[5] Miguel Benasayag, Gerard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, 2008, Milano, Feltrinelli.

[6] Ivi.

[7] Jaime Semprun, Dialoghi sul compimento dei tempi moderni, 2008, Torino, quattrocentoquindici.

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