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Il dilemma dell’Occidente è un destino consegnato alla scienza, affascinante e drammatico; inarrestabile, segnato da una smisurata volontà di potenza, di manipolazione e profanazione della realtà.                                              Stefano Zecchi

Uno dei fenomeni che avevano attirato la mia attenzione era la struttura del’organismo umano, anzi, di qualsiasi organismo dotato di vita. Da dove, mi chiedevo spesso, deriva il principio della vita? Dopo notti e giorni di lavoro pervenni a scoprire le cause della generazione e della vita; no, di più, fui in grado di dare la vita alla materia inanimata. Mi domandai se dovessi tentare la creazione di un essere come me o di una struttura più semplice, ma la mia immaginazione, infiammata dal successo, non mi faceva dubitare di riuscire a dar vita a un animale complesso e meraviglioso come l’uomo. Vita e morte erano solo barriere ideali da infrangere per riversare un fiume di luce sul nostro mondo immerso nelle tenebre. Una nuova specie, molti esseri perfetti e felici avrebbero dovuto a me la loro esistenza.[1]

A distanza di due secoli, i progressi tecnologici e biomedici hanno di gran lunga superato i limiti della più fervida fantasia umana, rendendo possibili interventi sui processi della vita umana (nascita, cura, malattia e morte) animale e ambientale mai stati possibili fin ora: basti pensare alla clonazione, alle tecniche di riproduzione artificiali, all’interruzione di gravidanza, alla mappatura del genoma umano, all’ingegneria genetica, all’eutanasia, allo stato vegetativo. In tutti questi casi il corpo perde la sua dimensione di naturalità, per essere manipolato, controllato, programmato, sottratto al caso e alla contingenza.

Il mito assolutista della tecnologia medica prescinde dal considerare che la condizione umana ci rende coerenti al progetto evolutivo che ci consente d’essere resistenti per metà della vita, serbando la salute nell’interesse individuale, e che ci impone d’essere fragili per l’altra metà, producendo le malattie nell’interesse della specie predisposta a protrarsi e rinnovarsi. È una condizione umana comune a tutti i viventi, che soggiace alla ferrea legge di irreversibilità e non ritorno ad uno stato anteriore, per cui la guarigione (così come tutte le applicazioni mediche e tecnologiche) non è mai un ritorno allo status quo antea.[2]

Si ingenera così un delirio di onnipotenza scientista, più che scientifico, perché alimentato da uno spirito utopista, che venera la tecnocrazia e vaticina una futura era dell’oro nei termini in cui scrive Alvin Silverstein ne La conquista della morte: “Potremmo essere l’ultima generazione che muore (…) invecchiare è diventato anacronistico”. Alcuni studiosi ritengono che le sigle che hanno fin ora diviso la storia umana “a.C.” e “d.C.” cambieranno significato in: “avanti Clonazione” e “dopo Clonazione”. È la ricorrente ideologia tecno-medica di una quasi immortalità, versione fisica dell’immortalità metafisica.

Ecco un passante per la strada che ha delle lunghe braccia, degli occhi celesti, una mente dove si agitano pensieri che ignoro ma che forse sono mediocri. Non è né la sua persona, né la persona umana in lui che mi è sacra. È lui. Lui tutto intero. Le braccia, gli occhi, i pensieri, tutto. Non violerei niente di tutto questo senza infiniti scrupoli. Se la persona umana in lui corrispondesse a quanto per me è sacro, potrei facilmente cavargli gli occhi. Una volta cieco sarà una persona umana esattamente quanto lo era prima. Non avrò assolutamente colpito in lui la persona umana. Avrò distrutto soltanto i suoi occhi.[3]

Questa immagine di Simone Weil secondo cui ogni organo, ogni elemento del corpo merita il medesimo rispetto a quella che si definisce “persona”, è una sorta di preludio alla cosiddetta  sacralità della vita, che sul presupposto di un disegno finalistico divino, individua nell’essere “persona” il connotato ontologico di ogni organismo umano, qualunque ne sia la fase di  sviluppo e la condizione, un connotato dal valore assoluto in base al quale la vita umana è intangibile e indisponibile alle manipolazioni medico-scientifiche di qualsiasi genere. Il segreto profondo della vita che un tempo sembrava essere il baluardo della natura che la scienza non poteva espugnare, un mistero che restava intatto oggi in gran parte viene svelato. Si sono varcate soglie prima considerate sacre e inespugnabili, si sono compiuti passi decisivi verso un mondo artificiale. In nome di una maggiore qualità della vita si riconosce totale libertà e autonomia nelle scelte degli individui con l’unico limite del danno provocato ad altri. Perché la tecnologia non sempre e necessariamente espropria la nostra umanità, ma ci responsabilizza, perché avendo come centrale la persone e le sue potenzialità ci rende protagonisti più attivi nella determinazione della nostra identità. L’autodeterminazione rappresenta, nelle parole di Stefano Rodotà, un punto di riferimento: un potere che è restituito nelle nostre mani anche di fronte all’avanzamento tecnologico, grazie al quale la persona appare nuovamente come soggetto morale. L’uomo come parte della natura ha la possibilità di intervenire sulla propria natura.

 

Il confine tra quel che è naturale e quel che non lo è dipende dai valori e dalle decisioni degli uomini. Nulla è più culturale dell’idea di natura.[4]

La vocazione di andare oltre le frontiere dell’uomo caratterizza l’essere umano fin dall’antichità, ma il termine post umano è un neologismo recente, atto a indicare proprio la messa in discussione del concetto di umano e  l’alterazione delle sue caratteristiche più proprie, che vengono modificate o a perse. La natura biologica può e deve essere superata da interventi tecnologici: non costituisce più il limite delle possibilità dell’essere umano. Il postumanesimo o transumanesimo prevede la trasformazione della specie umana, grazie alle biotecnologie e nano-tecnologie, perché considerata come il primo gradino di una nuova era evoluzionistica post-darwiniana guidata dalla specie umana stessa.

 

Passando dal tempo che ritorna al tempo che invecchia, dal tempo ciclico della natura regolato dal sigillo della necessità al tempo progettuale della tecnica percorso dal desiderio e dall’intenzione dell’uomo, la storia subisce un sussulto. Non più decadenza da una mitica età dell’oro, ma progresso verso un avvenire senza meta. La progettualità tecnica, infatti, dice avanzamento, ma non senso della storia. La contrazione tra “recente passato” e “immediato futuro”, in cui si raccoglie il suo operatore, non concede di scorgere fini ultimi, ma solo progressi nell’ordine del proprio potenziamento. Null’altro, infatti, vuole la tecnica se non la propria crescita, un semplice sì a se stessa. L’orizzonte si spoglia dei suoi confini. Inizio e fine non si congiungono più come nel ciclo del tempo, e neppure si dilatano come nel senso del tempo. Le mitologie perdono la loro forza persuasiva. Tecnica vuol dire, da subito, cingendo degli dèi.[5]

Il postumano non implica necessariamente una obsolescenza dell’umano: partecipa piuttosto della redistribuzione di differenze ed identità – e il corpo postumano è il sismografo e l’epicentro di cambiamenti epistemici pervasivi. Il postumano è fonte di ripensamento radicale del soggetto della tradizione umanistica occidentale. Katherine Hayles suggerisce che il postumano non indichi la fine dell’umano, bensì la fine del soggetto umanistico liberale.

 

[1] Mary Shelley, Frankenstein, 1982, Milano, Mondadori.

[2] Giorgio Cosmacini, Prima lezione di medicina, 2009, Bari, Laterza.

[3] Simone Weil, La persona e il sacro.

[4] Carlo Flamigni, Armando Massarenti, Maurizio Mori, Angelo Petroni, Manifesto di bioetica laica, 1996.

[5] Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, 2002, Milano, Feltrinelli.

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