Tag

, , , , , , , , , ,

 Il luogo dell’ansia metafisica.                                    Dino Buzzati

Agli albori dell’umanità, prima di ogni vana credenza, prima di ogni sistema, la medicina nella sua interezza risiedeva in un rapporto immediato della sofferenza con ciò che l’allieva. Era un rapporto d’istinto e di sensibilità, più ancora che d’esperienza; stabilito dall’individuo tra sé e sé, prima di essere preso in una rete sociale. Prima di essere un sapere, la clinica era un rapporto universale dell’umanità con se stessa: età di felicità assoluta per la medicina.[1]

Il corpo medicalizzato è un semplice insieme di organi, un oggetto “parcellizzato”, e l’ospedale una sorta di prigione, un luogo artificiale che perturba le reazioni dell’organismo e il naturale decorso della malattia. Tuttavia Foucault riconosce alla clinica ha un ‘importanza ontologica: l’emergere della finitudine all’orizzonte della clinica rivela una struttura in cui per la prima volta diviene oggetto di conoscenza il fondo oscuro dell’esperienza: il non detto, il non pensato, il non ancora pensato. L’ospedale è il luogo simbolo delle contraddizioni umane, il vissuto dei “sani” e dei “malati” si mescola nell’unica domanda di senso circa il valore della vita e della dignità umana, e infine della morte. Quando ne si varca la soglia si scorge una realtà inconsueta, poco familiare, si scruta con perplessità e pensosità una umanità altra, un luogo in cui i corpi sono tutti uguali, imperfetti, dolenti, deformi, dove i dubbi più profondi ci inducono a chiederci fino a dove un essere umano può dirsi tale.

Era tutto il mondo di fuori a diventare parvenza, nebbia, mentre questo del Cottolengo gli sembrava il solo vero. Il mondo della bellezza svaniva all’orizzonte come un miraggio e Amerigo ancora nuotava per guadagnarsi questa riva irreale.[2]

Nel racconto di Calvino, Amerigo Orme  è uno scrutatore comunista, assegnato al seggio dell’ospedale Cottolengo di Torino, che dai brogli politici giunge a quelli metafisici: venendo a contatto con una realtà così inconsueta non può che porsi interrogativi sul valore della vita umana. Appena varca la soglia dell’ospedale è assalito da un flusso incessante di pensieri e dubbi, di fronte a “creature opache”, “all’Italia nascosta che sfilava per quella sala” si chiedeva che valore avesse la libertà e l’uguaglianza di fronte a quegl’esseri.

Il padre schiacciava al figlio le mandorle e gliele passava attraverso il letto, il figlio le prendeva e le portava lentamente alla bocca. Tenevano tutti e due le mani appoggiate alle ginocchia e le teste chinate in modo da continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio. Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: questo modo di essere è l’amore. [3]

Tutto appare sospeso, tutti i problemi del mondo fuori messi tra parentesi, e l’attenzione è puntata solo su l’essere umano in quanto tale: “un umano che arriva dove arriva l’amore”.

Dall’alto viene portato in basso, e per il quale, a ogni piano, c’è questa scadenza di gravità del male. Si trattava di trovare dal piano al piano la giustificazione falsa, l’inganno dei medici per portarlo da un piano all’altro. [4]

Questa volta è Giuseppe Corte il protagonista, nel racconto di Buzzati, che vede l’ospedale come il luogo dell’attesa in cui il tempo sembra dilatarsi a dismisura tra e la consapevolezza del suo trascorrere e il desiderio di dominarlo. Si è colti da un’ “ansia metafisica” di voler riuscire a controllare l’ignoto e si attende così un evento risolutivo, un’occasione propizia, ma la speranza ha come sfondo e orizzonte inevitabile la necessità di accettare anche l’imprevisto e l’inspiegabile come la morte. Un’attesa che è la vita stessa. Non a caso i diversi piani vengono visti come una progressiva discesa, man mano che si scende la gravità aumenta, sino a giungere alla morte (infatti l’obitorio si trova al piano terra). L’ospedale è una sorta di sanatorio dei malati nel tempo, un microcosmo dove la vita umana si divide tra aspettative e delusioni, fiducia e menzogna, salvezza e sofferenza.

Cos’è il brutto dell’ospedale? La malattia, forse? No. Il brutto è di vedere tutti gli altri che malati non sono. Invece se uno è moribondo  e gli altri sono già tutti morti, si sente un imperatore. E poi medici, assistenti, infermieri, ecc, tutti malati seriamente. I pazienti, al paragone, si sentono signori, si sentono sani. Si sentono? Diventano sani. Alle volte guariscono senza bisogno neanche di una pillola. E magari sono entrati che erano più di là che di qua.[5]

Un confine che risulta più sfumato nella clinica Ophelia dove tutti sono malati, anche medici ed infermieri. Essendo tutti partecipi della malattia in uno spirito di solidarietà, senza confini e limiti invalicabili, è messa a nudo l’umanità di tutti nel bene e nel male. L’ospedale diventa così, non un esilio, un inquietante ingranaggio che svela “quella condanna che ciascuno di noi forse porta iscritta in una particella del corpo”, bensì un luogo rassicurante, in cui regna la pace, la solitudine protetta, un affascinante lontananza e distacco da tutto. Anche se la malattia, come una lente di ingrandimento, esaspera la condizione umana sospesa tra miseria e grandezza, è in essa che l’essere umano deve cercare la libertà: liberi nella malattia, non dalla malattia. Liberi di essere se stessi anche di fronte all’estremo, al dolore, alla sofferenza, all’assenza di quell’umano che sembra essere scomparso nei volti e nei corpi degli “ospedalizzati” e che va ritrovato non attraverso lo sguardo clinico, ma unicamente  con l’occhio della pietas. Sono le risorse dell’essere umano a rendere vivibile quel microcosmo, la capacità di fare casa, rendere familiari gli ambienti, governare il tempo, intrecciare relazioni, essere abitante. Gli abitanti di “questo mondo a parte” e i “sani” sono uniti dallo stesso destino, non perché tutti in qualche modo sono malati, come voleva Freud, o perché nessuno è malato, come voleva Basaglia, piuttosto perché si è accumunati dalla stessa umanità. L’ospedale non è il migliore di mondi possibili, ma il mondo dove regna l’umano.

[1] Michel Foucault, Nascita della clinica. Il ruolo della medicina nella costituzione delle scienze umane, 1969, Torino, Einaudi.

[2] Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore, 1963, Torino, Einaudi.

[3] Ivi.

[4] Dino Buzzati, I sette messaggeri, 2000, Milano, Mondadori.

[5] Dino Buzzati, L’ospedale malato.

Annunci