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Tutta la nostra cultura non è che un immenso sforzo per dissociare al vita dalla morte.                                                        Jean Baudrillard

La corporeità degli esseri umani è in un certo senso all’origine della giustizia umana, poiché in quanto unico tratto comune a tutti, universale, ma pur sempre plurale, eterogeneo, differenziato, tuttavia è anche ciò che accosta e accomuna tutti gli esseri umani nella stessa vulnerabilità, nella medesima precarietà, esponendo ognuno indistintamente – ricchi e poveri, padroni e servi, signori e schiavi – a quell’estrema miseria verso cui è proteso il destino umano, ovvero la morte.[1]

In un’epoca che si avvia a diventare totalmente artificiale, dove la cultura soppianta in tutti i modi la natura, anche la morte come fenomeno naturale è sempre più. In passato la morte era accettata come conclusione inevitabile dell’esistenza, e compresa perché socialmente condivisa. Una cultura, quella postmoderna, all’insegna del consumo, del piacere non può che promuovere felicità e soddisfazione di ogni desiderio, anche quello di combattere e magari sconfiggere la morte. Essa appare come un fenomeno individuale, per questo incomprensibile da parte del singolo, un evento bruttale ed ingiusto. La strategia della “decostruzione della mortalità” di cui parla Bauman ha rafforzato l’idea che si possa evitare al morte scoprendo da che cosa si è stati colpiti; di pari passo la “decostruzione della immortalità” tende a cancellare l’irreversibilità attraverso la soddisfazione di piaceri materiali, riducendo la trascendente con la momentaneo, l’effimero. Gli interventi culturali sul corpo dei morti, siano essi di tipo conservativo, distruttivo o modificatorio, sembrano essere davvero qualcosa di irrinunciabile, secondo Francesco Remotti, in tutte le società. La vestizione del cadavere, la cosmesi, la mummificazione, la cremazione, le mutilazioni, il cannibalismo, l’imbalsamazione ci dimostrano come non si riesce ad astenersi di trattare il corpo, persino quando è privo di vita. L’essere umano cerca sempre di evitare di confrontarsi con quell’idea insopportabile della decomposizione che priva il corpo dei suoi segni e del suo legame con la vita riducendolo a pura sostanza, un corpo-carne, un corpo che scompare.

Morte truccata e idealizzata con i colori della vita: l’idea segreta è che al vita è naturale, la morte contro natura, bisogna dunque naturalizzarla, impigliarla in un simulacro di vita.[2]

È ormai noto che negli Stati Uniti i funerali sono una vera e propria industria: le bare diventano un oggetto artistico, l’architettura mortuaria viene ridimensionata per essere un luogo esteticamente piacevole, il tradizionale becchino è ormai un funeral directors, un uomo d’affari. Il morto viene esposto, nelle cosiddette funeral home, come se fosse a casa, alla scrivania, alla poltrona, come se fosse vivo. L’obiettivo è quello di prolungare la presenza del morto, contando sul conforto collettivo, e dare l’illusione della vita per superare la ripugnanza, depurando la morte da tutto ciò che ci inquieta. C’è chi pensa di creare un cimitero in Rete, il Requiescat cemetery, dove chiunque può rendere pubblico il proprio dolore facendo innalzare un monumento funebre virtuale per i morti. Esistono anche delle tombe dotate di monitor per poter rivedere il morto da vivo, un videomessaggio registrato prima della morte. Addirittura una società americana, LifeGem Memorials, ha proposto di eliminare i cimiteri, mettendo le ceneri dei morti nei diamanti e incastonarli in una nello da portare con sé. D’altra parte:

L’uomo è un essere debole e vulnerabile nel quale la morte può entrare attraverso tutti gli interstizi dell’organismo, insinuarsi nel più piccolo poro dei suoi tessuti. Questa precarietà della vita umana si chiama finitezza. C’è nella morte una dimensione che ci sfugge e ci sfuggirà sempre. Questa aporia ci rimanda alla misteriosa, insolubile contraddizione che oppone il pensiero alla morte: il pensiero ha ragione contro al morte giacché ne ha coscienza, ma la morte ha ragione del pensiero perché annienta l’essere pensante. Un essere pensante-mortale, mortale in quanto essere, immortale per il suo pensiero, non è in se stesso una specie di ibrido non vitale, un paradosso incarnato?[3]

La morte è inconciliabile con l’ideale edonistico postmoderno, per questo si tenta in tutti i modi di sopprimerla, esorcizzarla, renderla innocua, spettacolarizzarla. La morte non ha più un valore ontologico – esistenziale , “la possibilità dell’impossibilità” di matrice heideggeriana, una morte mantenuta come possibilità, che consente una esistenza autentica, di essere una totalità. Piuttosto è l’”impossibilità della possibilità”, di matrice husserliana, l’evento di cui il soggetto non può essere padrone e rispetto a cui cessa di essere tale, lo ribalta in passività, lo conduce fuori da sé. È l’alterità assoluta. Per questo motivo il fare umano cerca in tutti i modi di non mostrarsi impotente dinanzi alla morte: quel margine che rimane dopo la morte viene sfruttato al meglio per imprimere i segni di una cultura, una concezione antropologica. Un tentativo estremo di lasciare sul corpo, un corpo che sta per essere consegnato ad una natura indifferente ai “sogni” umani di fare del proprio corpo ciò che si desidera, quel che resta di una forma di umanità che ci si è tanto impegnati a costruire e sfuggire alla disumanità, che è la morte, sempre in agguato.

[1] Francesca Romana Recchia Luciani, “Concepire l’equilibrio”: la forza, la giustizia, l’obbligo e il loro legame con la corporeità attraverso Simone Weil, in Diritto, giustizia e logiche del dominio, 2007, Morlacchi editore.

[2] Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Milano, Feltrinelli.

[3] Vladimir Jankélévitch, Il paradosso della morale, 1987, Firenze, Hopefulmonster.

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