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Il procedimento della medicina è identico in un certo modo a quello della retorica. In entrambe occorre dividere una natura, quella del corpo e dell’anima, somministrando al corpo farmaci e cibi per produrvi forza e salute, e all’anima discorsi e occupazione per trasmetterle persuasione e virtù.                                                                Platone

La salute non è più solo un bisogno individuale: è un valore che ha assunto un importante dimensione etica, sociale, politica e filosofica. Tali esigenze sono del tutto coerenti con l’asse centrale di evoluzione della cultura postmoderna, capitalista e consumistica, che assume come centrale l’ideale di benessere. Un benessere dapprima economico, inteso come accesso alla cultura, status sociale elevato, mobilità sociale e fisica, successo e autorealizzazione professionale, e poi psicofisico e relazionale oltre che corporeo. A partire dalla fine degli anni Sessanta la salute intesa come “assenza di malattia” e la cura come “riparazione dei guasti della macchina fisica” cedono il posto ad una visione sempre più orientata alla prevenzione, all’integrazione del fisico con lo psicologico e alla ottimizzazione dei potenziali fisici, mentali, relazionali (fitness, psicosomatica, integratori, centri benessere, fitness ecc.). Dunque il modello biomedico, fondato su un’impostazione riduzionistica, secondo cui la malattia è causata da fattori biologici identificabili è stato sostituito da quello bio-psicosociale, che assume una impostazione integrativa, di aspetti biologici, psicologici e sociali. L’antico proverbio “quando c’è la salute c’è tutto” che in origine indicava la mancanza di malattia come la base minima per essere soddisfatti, ritorna in auge come categoria onnicomprensiva “di tutto ciò che è necessario per una vita degna di essere tale”. L’espandersi del concetto di salute coincide con l’intensificarsi della sua rilevanza culturale e psicologica: il mito dell’eterna giovinezza o dell’immortalità induce sempre più a evitare la malattia, vista come una fatalità o punizione divina che rovina il corpo e la vecchiaia intesa come una patologia e non una fase della vita di crescita e cambiamento.

La salute esprime la capacità di adattarsi alle modifiche dell’ambiente, di crescere e invecchiare, di guarire quando si subisce un danno, di soffrire e di attendere serenamente la morte. La salute abbraccia anche il futuro e perciò comprende anche l’angoscia e le risorse interiori per vivere con esso.[1]

La salute è un desiderio vivissimo che spinge sempre più gli individui a intense ricerche di autogestione, per un patrimonio troppo prezioso da affidare agli altri: il termine healthism indica proprio l’atteggiamento di scarsa fiducia nei medici, ricerca di percorsi alternativi, e di essere protagonisti attivi, consumatori anche in questo ambito. Alla salute si dedica tempo e spazio, si investe energia e denaro, come in una agenda setting; i mass media e il mercato della salute plasmano l’immaginario collettivo perché pescano in un sostrato di aspettative, ansie, angosce esistenziali, speranze di salvezza, debolezze, fragilità, tabù, stereotipi e pregiudizi, innescando illusioni e timori. La rilevante carica simbolica della malattia, che induce l’individuo a chiedersi: “Perché proprio ora? Perché proprio a me?”, una vera e propria indagine esistenziale, sembra quasi scomparsa in una società altamente tecnologizzata, disincantata dove l’utilità, il consumo, la velocità, l’efficienza impediscono di riconoscere un significato agli eventi naturali, come la malattia, perché trattati in modo sempre più tecnico. Il corpo è una macchina che se si guasta, occorrerà comprenderne unicamente la causa materiale; dunque l’unico orizzonte di senso è il proprio benessere corporeo apparentemente assicurato dal progresso scientifico.

È il senso dell’infinito o del sacro che non trova più un orizzonte metafisico al quale rivolgersi e cerca sicurezze nell’orizzonte tecnico. La nuova simbologia dello screening è parte di un surrogato di religione che ha i suoi sacerdoti negli scienziati e nei medici.[2]

La presenza della malattia è una presenza ingombrante per una società che cerca di superare ogni limite, facendosi carico delle promesse onnipotenti della tecno scienza. Nei paesi in via di sviluppo, ad esempio, la presenza di riti, concezioni cosmiche, forze divine ecc. rendono la salute e la cura strettamente ancorate ad un senso di espulsione, vergogna: si muore prima socialmente e poi biologicamente. Il concetto di health-field, campo sanitario, ha consentito di riconoscere una carattere di integralità e multifattorialità nella promozione della salute, di tipo olistico, cioè comprendente sia la dimensione biomedica ( biologia, assistenza sanitaria, cure) che quella culturale (ambiente, stile di vita) e relazionale (care). La realtà da comprendere è dunque un “intero”, il risultato di un intreccio di relazioni: la malattia non è solo un insieme di sintomi ( combinazione di una causa esterna con una interna) ma anche di significati che fanno rendono ogni quadro clinico assolutamente differente. Il binomio salute-malattia è allora una relazione sociale di valore: la salute presuppone una relazione adeguata del soggetto con l’ambiente, la malattia è l’alterazione di questo equilibrio, per cui il malato diventa un agente –in relazione – con, costituendo con il medico e i familiari una “comunità discorsiva”[3].

Migliaia di volte è stata proclamata la sentenza: “non vi sono malattie, ma malati”. Sarebbe meglio dire: “Vi sono malattie in malati”. Le “malattie”, le “specie morbose” sono reali, ma lo sono nel malato della cui vita e realtà fanno parte. La malattia individuale è quasi sempre il risultato dell’individualizzazione di una specie morbosa. Ebbene: come diventa reale questa “individualizzazione” della malattia? Come, di conseguenza, dovrà essere “individuale” la diagnosi?[4]

[1] Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, 2005, Boroli.

[2] M. Lütz, Il piacere della vita. Contro le diete sadiche, i salutisti a tutti i costi e il culto del fitness, 2008, San Paolo.

[3] Maria Teresa Russo, Corpo, salute, cura. Linee di antropologia biomedica, 2004, Rubbettino.

[4] Laìn Entralgo, La relactión médico-efermo.

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