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La nostra carne è fragile; qualsiasi pezzo di materia in movimento può trafiggerla, strapparla, schiacciarla, oppure inceppare per sempre in uno dei suoi meccanismi interni.                                                       Simone Weil

La violenza è una dimensione politica: il corpo è il luogo della vulnerabilità, del desiderio, della mortalità, dell’azione e questo lo espone alla violenza. Rivendichiamo l’integrità e l’autodeterminazione dei nostri corpi, dimenticando che non sono mai solo nostri, hanno una imprescindibile dimensione pubblica. La relazione con gli altri è una dimensione primaria, la condizione del nostro “incarnarci”. La violenza sfrutta questo legame originario, di essere gli uni per gli altri, in quanto corpi. Attraverso la violenza si manifesta la vulnerabilità umana nel modo più terribile, minacciamo l’altro di danneggiarlo e annientarlo oppure veniamo consegnati in modo brutale alla volontà altrui: “la nostra vita è obliterata dalla deliberata azione degli altri”.[1] Esiste una forma peculiare di violenza: quella contro le donne. Una violenza che sembra rivolgersi ad esseri non reali, negati già in partenza, il che non produrrebbe nessuna ferita. La donna diventa agency, strumento dell’uomo. La violenza carnale contro le donne è sempre una violenza sessista. E la sessualità è un modo di essere spossessati, destabilizzati, di essere per l’altro e in virtù dell’altro. Nel mondo animale nessun maschio violenta la sua femmina. Il sesso viene chiamato piuttosto accoppiamento “controllato”, perché regolato da una serie di segnali biologici emanati dalla femmina. Gli esseri umani sono diversi. Il coito può avvenire 365 giorni all’anno e le femmine umane non “diventano rosa”. I segnali fisiologici animali sono stati sostituiti da quelli psicologici umani, più complessi. L’interesse sessuale può essere suscitato dal maschio in qualunque momento indipendentemente dalla disposizione della donna. Questo significa che il maschio umano può violentare. Approfitta della vulnerabilità della donna e della struttura fisiologica dell’atto sessuale (piacere, intimità e perpetuazione della specie), che implica, a livello anatomico, un’intromissione forzata. Esiste quindi una ideologia maschile della violenza, che sia essa carnale o psicologica; la donna, per conformazione fisica, non può praticare una violenza sull’uomo di tipo sessuale. La penetrazione violenta dell’uomo nel corpo della donna è la peggiore arma offensiva e lesiva dell’integrità fisica e morale, il trionfo della virilità maschile, il veicolo per l’affermazione di una forza superiore, di una conquista forzata della volontà altrui.

La scoperta dell’uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata fra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l’uso del fuoco e le prime asce di pietra. Dalla preistoria ai nostri gironi lo stupro ha svolto una funzione critica. Si tratta più o meno che di un consapevole processo d’intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura.[2]

La violenza si rinnova di fronte all’apparente inesauribilità dei suoi oggetti: i corpi. Facendo leva sulla loro fragilità, cogliendoli indifesi, essa si misura con quanto di più umano ci contraddistingue e ci plasma. Quando la violenza attraversa il corpo, lo penetra, lo avvilisce, lo devasta, esso diventa il topos del suo trionfo, rivela il suo lato opaco, oscuro, “cosale”. La violenza spoglia l’essere umano della sua vitalità, lo riduce ad materia inanimata, inerte:

È vivo, ha un’anima; è, nondimeno, una cosa. Strana cosa una cosa che ha un’anima; strano stato per l’anima. L’anima non è fatta per abitare una cosa; quando vi sia costretta, non vi è più nulla in essa che non patisca violenza.[3]

Un corpo violato smette di reagire, di trasalire, di sussultare, di fremere: è un corpo reificato, disumanizzato, de personificato. Il corpo – strumento non è certo un’invenzione attuale, ricordiamo gli schiavi, le corride, le vittime alle divinità, le lotte dei gladiatori ecc., ma ora assume un’inquietante risvolto legato alla beffa, alla deformazione, alla tortura, al vilipendio, al trionfo del volere dell’altro uomo, in definitiva al calpestamento di ogni dignità umana. Quando si viola un corpo si perde la dimensione della coscienza della complementarietà del femminile e maschile e si punta l’attenzione sulla dimensione esclusivamente genitale: annullare il femminile inglobandolo nel maschile, affermare ancora una volta la dicotomia sesso dominante, attivo e sesso dominato, passivo. La donna è cancellata, eliminata, oscurata. Negando lo status di soggettività, il consenso della donna a un atto sessuale è irrilevante e di conseguenza è legittimamente “violentabile”, “violabile”. Per evitare il circolo vizioso della violenza sarebbe opportuno riconoscere la vulnerabilità, proteggerla senza annientarla: quello che Judith Butler definisce un “incontro etico”[4], l’inscindibile legame con l’Altro da sé, un legame che costituisce ciò che siamo e che ci dà forma. Sarebbe troppo semplice concludere che la violenza si limita a conferire compiutezza ad un discorso già in opera, così che il discorso sulla disumanizzazione darebbe corpo a pratiche violente. La disumanizzazione invece nasce ai limiti della vita discorsiva, dal rifiuto del discorso (alcuni esponenti mediatici si indignano di fronte al neologismo femminicidio, ridotto ad una semplice notizia giornalistica), perché senza un discorso non c’è alcun riconoscimento dei fatti. “Tocca agli uomini badare che non venga fatto del male agli uomini”[5]: è la dimensione puramente materiale, terrestre, carnale, “troppo umana”che ci accomuna tutti e ci espone sempre al pericolo della sofferenza e del dolore, che dovrebbe sensibilizzarci al rispetto reciproco, alla responsabilità e al “solo dovere eterno, quello verso l’essere umano in quanto tale”.[6] “Il problema della violenza resta ancora molto oscuro”[7], ma qualcosa evidenzia: la miseria umana. Chi fa violenza è un umano definitivamente perduto.

[1] Judith Butler, Vite precarie.

[2] Susan Brownmiller, Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano, 1976.

[3] Simone Weil, L’Iliade, poema della forza.

[4] Judith Butler, Vite precarie.

[5] Simone Weil, La persona e il sacro.

[6] Gaeta, Bettinelli, Dal Lago, Vite attive, Simone Weil, Edith Stein, Hannah Arendt, Feltrinelli, Roma, 1996.

[7] G. Sorel, Reflections on Violence, New York, 1961.

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