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             Un nuovo idolo: la vita. «La vita» e «una vita» sono concetti di cui si può solo abusare. Com’è possibile ri-vedere in una prospettiva storica ciò che oggi diamo per scontato? È stata la curiosità a spingermi alla ricerca della storia della gravidanza. Volevo sapere se sarebbe possibile viversi in modo diverso da come siamo abituati a viverci.                                                                                              Barbara Duden

Barbara Duden (1942) si è formata come storica a Vienna e a Berlino e ha insegnato per vari anni negli Stati Uniti prima di tornare in Germania, dove continua ad occuparsi di storia delle donne. Ella si è interessata, soprattutto nel mettere in luce i significati e le immagini culturali che segnano la storia del corpo. Particolare attenzione è stata rivolta alle esperienze concrete della fisicità femminile, come il parto e la gravidanza, la cui concezione è mutata completamente, nel corso degli anni, grazie al potere simbolico delle nuove tecniche (grafiche, arte del tratteggio, sezionamento, ecc.) e a nuove forme di espressioni: “il bambino è diventato un feto, la donna incinta un sistema uterino di approvvigionamento, il nascituro una vita e la «vita» un valore cattolico-laico, quindi onnicomprensivo”. Sono proprio i concetti che ci appaiono del tutto ovvi, “le certezze contemporanee” come quelli di “sviluppo”, “salute”, “assistenza”, “distacco”, “sicurezza”, ad essere stati esaminati al microscopio per giungere a scoprire la loro artificiosità: un prodotto dei nostri tempi.

Vorrei contribuire al dibattito apportando qualche nuova riflessione su ciò che ormai diamo per scontato e che ha portato la società a ritenere, erroneamente, che si possa parlare della gravidanza solo in funzione di un feto, di una «vita umana» e in termini di responsabilità dello Stato. Nella storia della gravidanza vissuta spero di trovare nuovi modi di vedere che ci consentano di tracciare il confine tra l’esperienza personale e gli stadi biologici di organizzazione quali realtà fittizia costruita strumentalmente.[1]

Com’è accaduto all’umanità di scoprire la donna? Come la donna ha scoperto il suo corpo? Che cosa è stato vissuto come corpo? Ci sono due storie da raccontare: una di superficie, lo sguardo (medico, artistico, religioso) sulla carne, e una del sentire e del vedere all’interno, nell’oscurità sotto la pelle.

Quando una donna oggi va dal medico, in genere ha qualcosa e descrive qualcosa che è. Le donne del XVIII secolo si lamentavano di qualcosa che le colpiva, accadeva loro. La sospensione delle mestruazioni, ad esempio, era un’esperienza intensa, penosa, minacciosa. La percezione di questo flusso doveva costituire l’esperienza fondamentale del loro corpo. Per noi tutto questo non esiste.[2]

Addentrandosi nella storia del corpo, in particolare nelle “parti femminili”, un corpo che dal XVIII secolo è diventato un fatto scientifico tanto popolare, si scopre che al corpo, come al nascituro, manca la visibilità. La storia della gravidanza è la storia di qualcosa che non è mai stato visto, ma solo sentito. Il nascituro fa parte della categoria dell’occulto, di una società degli invisibili (come i morti, gli angeli, i santi, gli spiriti ecc): sta nel grembo, è nascosto, ma anche se è sulla soglia dell’esistenza, prima di venire alla luce è un non-ancora, un non-dum, un non-presente, al di sotto della linea dell’orizzonte.

Viviamo in un mondo razionale, dove raramente speriamo. Fino all’inizio del secolo scorso la gravidanza era uno stato di dolce attesa, non una sindrome causata dalla fecondazione. La moderna sintomatologia non consente alcun atteggiamento del tipo «non era nulla»: la speranza può ingannare, i risultati del test possono essere sbagliati. Il nascituro era un bambino sperato, non un prodotto calcolato in base alle probabilità.[3]

Interessante è il confronto che propone la Duden tra le immagini presentate su due numeri della rivista Life, uno del 1965 e l’altro del 1990. Nel primo appare sia un feto con le braccia raccolte di diciotto settimane nel sacco amniotico che la corsa degli spermatozoi verso l’ovulo, nel secondo appare invece un’ embrione di cinquantasei settimane che nuota in un liquido.  A distanza di venticinque anni immagini e testo si sono scambiati di ruolo ed è aumentata la disponibilità a “vedere a comando”. Nel 1965 le immagini fungevano ancora da commento al testo, in esse era possibile rintracciare concetti già noti, nel 1990 al lettore si presenta un’immagine sconosciuta che senza il commento del fotografo Nilsson non riuscirebbe a far capire nulla. Nonostante negli anni sessanta fosse già possibile ricorrere alla necroscopia, all’inserimento di una macchina fotografica nell’utero e alla foetoscopia in situ, quel feto veniva percepito come un oggetto da esposizione, così come si vede quando si guarda un quadro; visto attraverso una “serratura naturale” per curiosità, semplicemente per la brama di stare ad osservare. È il prototipo di un individuo privo di legami, non bisognoso, che necessita solo di approvvigionamento. Le immagini degli anni novanta ci mostrano qualcosa che per sua natura non è piccolo, ma invisibile; si tratta di fotogonie, immagini fatte di luci che tentano di rappresentare graficamente “l’astratto concetto della vita umana”, ma soprattutto di come abbia inizio il processo di sviluppo del “valore più alto” che è la vita, una conquista di un bene di limitata disponibilità.

La favola ebraica dice che rimangono dei limiti posti a ciò che non può essere trascinato dalla luce. Rimane un dentro che deve essere sentito perché non può essere visto. Nella nostra epoca tutto questo è cambiato. Vediamo sempre più quello che ci viene mostrato e crediamo in questo modo di «vedere», illimitatamente. Questa tendenza presuppone di attribuire lo status di realtà solo a ciò che può essere registrato strumentalmente.[4]

La vista domina quindi completamente tutti gli altri sensi: il desiderio di “vedere” dall’interno il corpo ha dato origine allo stetoscopio, uno strumento acustico paradossalmente (T. R. H. Laennec, 1818), ai raggi X (fine del XIX secolo), a metodi biochimici (1930), al test ormonale (anni ’40), all’ecografia (1979), tutti elementi tipici del nostro tempo. Anche il cardinale Ratzinger esorta nel vedere come persona lo zigote, ad amare un “fratello” invisibile, senza volto e membra, alla luce della verità sul dono della vita umana e dei principi morali. [5]

Chi pretende di vedere, come per magia, nei protoplasti di Nilsson uno sguardo o un viso deve essere affetto da una strana forma di strabismo. Che cos’hanno da dire piuttosto le donne a un samaritano che cerca il suo prossimo nel loro ventre? Mi  sembra folle che una donna incinta debba andare per il mondo con gli sguardi vigili puntati sul «fratello» e disgregante per la sua corporalità lo sguardo demografico sul contenuto del suo ventre.[6]

Sarebbe più corretto definirla come una biologizzazione del pensiero giuridico la “misura di controllo della crescita del feto accettata come rivelazione dell’esistenza di un soggetto giuridico” che dà per scontato il concetto di vita sostantiva. In passato non esisteva un’idea, un simbolo o un’esperienza paragonabile al feto, né in medicina, né nel diritto, nella Chiesa o in politica, le parole come le cose sono storiche: in campo scientifico si è passati dal “seme dell’uomo che fa coagulare il sangue materno in grembo” agli “spiriti vitali” prima di giungere alla “fusione delle cellule”; in campo giuridico, da “una parte delle viscere materne” inesistente dal punto di vista legislativo  alla “persona per diritto naturale”, la cui libertà e incolumità viene protetta dal diritto, con il conseguente concetto eliminazione, sia medica che criminale, del feto; in quello religioso è sempre stata centrale la priorità dell’esistenza di un’anima nel frutto concepito (per secoli la ginecologia è stata prerogativa degli ecclesiastici, ai quali i voti avevano proibito il coito e il diritto canonico l’attività medica). Non è mai esistita una condizione psicosomatica della gravidanza: la Duden racconta di come duecentocinquanta anni fa, il medico Jhann Storch si limitava ad ascoltare le donne, senza quasi toccarle e a prendere appunti su ciascuna paziente, pubblicati in sette volumi “Malattie delle donne”, tra cui l’episodio della moglie del sarto che “immaginava” di essere incinta e aveva espulso “qualcosa di simile a pelle” che nel linguaggio specialistico veniva definito mola, ovvero aborto, feto informe o falso tumore. Storch si occupa di donne, non di cose e la cosa “feto” a lui è del tutto ignota. Dal un punto di vista semiotico il feto è il tipico objectum nostri temporis, creato scientificamente, diffuso dai media e ingoiato dalle donne senza discutere.

Oggi siamo sopraffatti da feti: un feto mi guarda dalla pubblicità; vengo sollecitata a votare un candidato in base alla sua posizione rispetto al feto; la mia collega incinta quando entra in ufficio mi prega di spegnere la sigaretta. Come si insinua questo fantasma? Come si spiega questa orazione di fronte ad un feticcio tanto di cattivo gusto?[7]

Una storia del corpo richiede “un sospetto continuo”, oltre che grande sensibilità, curiosità e permeabilità alla percezione sensoriale dell’ignoto: ricordiamo la xilografia di Jobst de Negker del 1538, che riporta una donna seduta con le gambe divaricate, rivelando parti nascoste , ovvero la gravidanza; nel secolo XVI si inizia a esporre allo sguardo l’interno del corpo con disegni, come quelli di Leonardo, per il quale il disegno (svolto nelle diverse prospettive dell’oggetto) era un mezzo ottico necessario per poter “vedere”  e penetrare nel corpo stesso. Dopo duecento anni, l’intuizione di un singolo genio, ovvero la necessità dell’illustrazione dei testi anatomici, divenne una pratica corrente. Nel 1774 compare il primo grande atlante anatomico, Anatomia uteri gravidi, del medico e ostetrico William Hunter: qui la rappresentazione comunica ciò che le parole non dicono, “la natura prende parola”; lo studio dell’anatomia dipendeva più dal disegnatore, colui che vede a differenza dell’anatomista che vuol vedere ciò che sa. In quel periodo all’arte della dissezione si affianca quella della conservazione: nelle grandi incisioni il corpo non è altro che una vetrina per esporre i “preparati barocchi” (aperti, dissezionati o mummificati). Nel 1799 vengono pubblicate le Icones Embryonum Humanorum dell’anatomista Samuel Thomas Sömmering, due grandi tavole che mostrano un “esserino” in venti grandezze diverse: gli esemplari sono scelti in base a criteri estetici, ma comincia a farsi strada l’idea di sviluppo e riconoscere già una “forma embrionale”. La prima serie di disegni degli stadi dell’addome femminile si devono a Fabrizio d’Acquapendente, allievo di Falloppio, seguace di Andrea Vesalio, molto realistici secondo i canoni attuali: attraverso il bisturi il medico vuole aprire la strada alla realtà. Solo con la nuova tecnica dell’incisione di testa fu possibile portare alla luce particolari insospettati, illustrando libri e giornali.

La «vetrina del corpo» determinò per moltissimo tempo l’assiomatica del modo di vedere. Faccio parte di quella generazione che non si libererà mai d quelle immagini. Agli esordi del movimento femminista, le nostre cucine erano tappezzate ti tavole a colori simili. Imparammo a riconoscere quelle immagini in noi stesse, riflesse nello specchio dello speculum. Quella che era stata la vetrina dell’élite, che si era potuta permettere un atlante di Hunter, divenne materia d’esame per le scuole medie. E quando negli anni sessanta la parola d’ordine divenne self-care e in tutte le librerie la sezione «salute» cominciò a occupare uno spazio considerevole tra quelle di «storia» e «donna», da un punto di vista sociale il confine costituito dalla pelle si era ormai ampiamente dissolto.[8]

La storia del corpo è la storia dell’enorme diversità della percezione tattile nelle diverse epoche: in passato le donne erano “davvero incinte” quando il feto cominciava a muoversi, in base ad una percezione tattile, il corpo era cinestetico; oggi dipende da una percezione visiva, l’esito di un test chimico, il corpo è strumentalmente verificabile. L’esperienza della gravidanza è stata resa pubblica, il feto è diventato pubblico, come quello che galleggiava al centro di un pallone nell’aprile del 1988 sul prato tra la Casa Bianca e l’obelisco di Washington, visibile perché “medicalizzato” grazie a mezzi ottici impiegati allo scopo di mostrarci qualcosa di invisibile, come in un mondo sotto vetro. Questo passaggio dal privato, dalla dimensione interna, nascosta del corpo della donna ad una dimensione pubblica, visibile ha avuto un forte impatto simbolico: feto normale, prematuro, peso medio, fattori di rischio, esami, diagrammi, statistiche, ecografie ecc. fanno parte dell’apparato concettuale di routine della pratica clinica, e nonostante siano molto influenti sulla esperienza del corpo (soprattutto le rappresentazioni grafiche a differenza del gergo tecnico), in qualche modo negano il vissuto proprio di ogni donna (che non ha nulla a che fare con i rischi e le probabilità), della sua fertilità e della sua gravidanza, legate ad un luogo e ad una comunità specifici.

La donna è diventata non solo il life support system del feto, ma anche il teatro della ierofania di quell’idolo che non solo si è incarnato in una esperienza di fede, ma anche socialmente è stato trasferito dentro di lei. Si pretende un timore reverenziale nei confronti di esso, in lui si venera un «miracolo». Dopo la morte di Madre Natura e del Dio vivente, il corpo della donna è diventato la scena irreale di una bestemmia possibile solo nella nostra tradizione.[9]

Nel feto si rintraccia la “vita” a cui tutto deve essere sacrificato;  la tirannia etica, l’ipostatizzazione e la divinizzazione della vita, dominante il discorso contemporaneo, fa sì che essa indichi una forma biologica specifica di esistenza materiale, un sacrum, con valore normativo universale.  Una vita derivante dalla natura da sempre raffigurata come matrix gravida, una natura come ordine assoluto delle cose. Il pensiero contemporaneo ha liberato la natura da questa contingenza perché solo una storia culturale della natura, che riveli la sua fallacità e relatività può condurre ad una storia culturale del corpo.

La categoria di natura è diventata un ideologema minaccioso, sinonimo di monopolio eterosessuale, di cromosomi XX, di determinismo biologico e di una concezione antiquata. Per la maggior parte delle mie giovani studentesse il corpo non rappresenta nulla più di un semplice costrutto sociale.[10]

[1] Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, 2007, Torino, Bollati Boringhieri.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Cfr. Joseph Ratzinger, Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione, 1987, Roma.

[6] Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, 2007, Torino, Bollati Boringhieri.

[7] Ivi.

[8] Ivi.

[9] Ivi.

[10] Barbara Duden, I geni in testa e il feto nel grembo. Sguardo storico sul corpo delle donne, 2002, Torino, Bollati Boringhieri.

³⁷Platone, Fedone, in Opere complete, 1971, Roma, Laterza.

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