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La sessualità femminile è sempre stata pensata in base a parametri maschili.                                                                Luce Irigaray

La sessualità femminile è una sessualità rovesciata, mancante, negativa, inversa, assente. Un non sesso, o un sesso atrofizzato, mascherato, ricucito nella sua fessura: l’orrore del vedere niente. Esso non regge il confronto con quello maschile, l’organo di valore, che dunque la donna tenterebbe in tutti i modi di farlo suo attraverso l’amore del padre-marito o di avere un figlio preferibilmente maschio. Un sesso senza una forma propria perché l’unica forma visibile, definibile e designabile morfologicamente è quella maschile: l’uno del maschile (pene) contro l’almeno due del femminile (labbra).

(La/una) donna fa segno verso l’informalizzabile. Non è né chiusa né aperta. Indefinita, in-finita, in essa la forma non è completa. Assenza della forma, manchevolezza della forma, rimando ad un altro bordo in cui lei si ri-tocca grazie a/ senza niente. Le labbra della stessa forma – mai però semplicemente definita – si scoprono ritoccandosi e collegandosi l’una (al)l’altra in un circuito che non si ferma mai in una configurazione. È da sempre in uno stato di anamorfosi che le permette di diventare altra cosa, in ogni momento. Sempre in divenire, in un’espansione di sé che non è e non sarà in nessun momento un universo definibile.[1]

Occorre interrogare, secondo Irigaray, il primato di una morfologica e dell’ “isomorfismo del discorso vigente all’immaginario maschile”, ovvero il prevalere nel discorso e nelle lingua, di norme rispondenti alle necessità e ai desideri di un solo sesso. Il termine morfologia ha in Irigaray una duplice derivazione: quella freudiana e lacaniana di anatomia immaginaria e la definizione del corpo come luogo di iscrizione di codici sociali. Poiché secondo Irigaray il senso della corporeità e la sua rimozione si giochino nella dimensione del simbolico, la nozione di morfologia come interrelazione mai conclusa tra l’immaginario corporeo va intesa come figura antagonista rispetto a quella immutabile, de terministicamente strutturata dallo sguardo anatomico. L’interpretazione morfologica del corpo come prodotto e produttore delle significazioni linguistiche attraverso la mediazione del simbolico permette di prendere le distanze dalla dicotomia sesso-genere che costituisce il fondamento delle accuse di “essenzialismo” e fondazionismo biologico rivolte alla Irigaray.

La/una donna che non possiede un sesso non può neanche assumerlo/si sotto un termine generico o specifico. Corpo, seni, pube, clitoride, labbra, vulva, vagina, collo uterino, matrice…e un niente che li fa godere semplicemente nella e a causa della loro varietà, eludono i tentativi fatti per ricondurli ad un nome proprio, ad un concetto. La sessualità della donna non può iscriversi in quanto tale in nessuna teoria, a meno di venire compresa ed ordinata secondo parametri maschili. Il soggetto maschile riunisce e ricuce la molteplicità della merce femminile, sparsa nel silenzio.[2]

Nell’economia fallica dominante la sessualità femminile viene identificata unicamente con la vagina, una sorta di alloggio al sesso maschile, invece la clitoride viene considerata un piccolo pene. Il pene eretto è segno di potere, rango e minaccia, organo autoritario che non diventa impotente se la donna non gode. Infatti della donna e del suo piacere non si dice nulla perché esso è solo una “prostituzione masochistica del proprio corpo ad un desiderio che non è il suo”. Nella donna il meccanismo del piacere e quello della riproduzione comunicano, ma non coincidono. La cultura sessuale patriarcale essendo rigorosamente procreativa, ha creato per la donna un modello di piacere unicamente vaginale. Ha cancellato ogni sua autonomia sessuale e ogni possibilità di affermazione della propria identità sessuale, del proprio sesso oltre alla sua soddisfazione.

Nella donna meccanismo del piacere e della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono. Avere imposto alla donna una coincidenza come dato di fatto nella sua fisiologia è stato un gesto di violenza culturale che non ha riscontro in nessun altro tipo di colonizzazione.[3]

Quando Freud paragona lo studio della vita pulsionale preedipica della bambina alla scoperta della civiltà minoico-micenea, non fa altro che confinare la donna in una sorta di preistoria, in un passato senza archè. La struttura temporale dell’uomo sarebbe quella dell’eterno ritorno, il tempo della donna senza ripresa né rammemorazione. Dunque essendo deprivata del suo rapporto con l’origine, non potendo chiudere il cerchio del proprio sé, resta come uno specchio in cui si proiettano i fantasmi maschili. Dall’Uno ella diviene una+una+una, seriale e interscambiabile. La sua è una sessualità in cattività, schiava, passiva, assoggettata, angosciosa, malinconica perché non autonoma, non indipendente.

È importante per noi affermare il proprio sesso e non solo averlo soddisfatto.[4]

La discriminazione tra maschile e femminile non è così infallibile come la cultura e la scienza dominanti vogliono farci credere: maschile è il prodotto sessuale maschile, lo spermatozoo e il suo portatore, e femminile l’uovo e l’organismo che lo ospita. Si stabilisce chi è maschio e chi è femmina, sulla base di una oggettività scientifica, solo in funzione di un processo di riproduzione-produzione. L’attività è prerogativa del maschile durante il coito, il procreatore, la passività della donna, ricettacolo del suo prodotto, mezzo di (ri) produzione. In realtà la femminilità e la mascolinità sono qualcosa di più complesso, che l’anatomia non può afferrare.

Camera nera, cassaforte, luogo abissale. La luce deve venire da qualche altra parte. Per fare o per dire luce sulla (sedicente) sessualità femminile, si ammette che una differenza abbia da sempre funzionato, della quale però non si tiene conto, e da questa differenza si preleva uno dei due termini, il quale viene assunto come “origine” la cui differenziazione genererà, porterà alla luce, l’altro. Così il medesimo contrassegnandosi produce l’altro la cui funzione differenziatrice è trascurata, dimenticata. [5]

[1] Luce Irigaray, Speculum. Dell’altro in quanto donna, 2010, Milano, Feltrinelli.

[2] Luce Irigaray, Speculum. Dell’altro in quanto donna, 2010, Milano, Feltrinelli.

[3] Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, 2010, Milano, et al./EDIZIONI.

[4] Luce Irigaray, Speculum. Dell’altro in quanto donna, 2010, Milano, Feltrinelli.

[5] Luce Irigaray, Speculum. Dell’altro in quanto donna, 2010, Milano, Feltrinelli.

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