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La fecondità dell’amore risulta dalla differenza. Prima di ogni concezione e di ogni procreazione, l’amore tra l’uomo e la donna è fecondo grazie alla loro differenza.                                              Luce Irigaray

Come poter amare il differente? Come poter amare pur restando sé?

Uno degli strumenti di cui si è servito il soggetto maschile per costruire il suo recinto è la lingua. La tradizione occidentale ha privilegiato la relazione tra un soggetto e un oggetto, un “parlare di”, senza porsi la questione del rapporto di parola tra soggetti, un “parlare con”, che presuppone un universo comune e non un assoggettamento a dei valori univocamente stabiliti. Il dialogo presuppone che la diversità ha luogo soprattutto fra i soggetti, e in modo paradigmatico tra uomo e donna. Allora ciascuno deve apportare un senso proprio, deve potersi dire all’altro senza imporgli la propria verità, senza che nessuno superi o assoggetti l’altro. Poiché esistono mondi differenti la creazione, possibile e necessaria, di un linguaggio nuovo è un’operazione infinita.

I vocaboli danno carne prima di entrare in corporei scambi carnali. Sorte di ostie non ingeribili ma nelle quali si ascolta la carne di chi propone di avvicinarsi. Affinché ci sia scambio, occorre che l’altro ci tocchi, specialmente con le parole. Toccare deve restare sensibile, raggiungere il prossimo, senza dissolverlo nel circostante. Deve colpirlo e, nello stesso tempo, ri (n) chiuderlo. Avvolgerlo in un proprio, che non lo rende impercettibile all’altro ma lo rivela a se stesso, pur allestendo una prossimità fra noi.[1]

Non una comunicazione a priori secondo un senso già codificato, costituito. Ma apertura e insediamento di un territorio ancora e sempre vergine di senso dove l’approccio è possibile a seconda che i segni siano percepiti da colui al quale si indirizzano, e possono metterlo in cammino verso sé e verso l’altro. La parola si dirige verso l’altro e torna a sé carica di ciò che ha appreso, ma anche di ciò che ha fallito nella comunicazione. È sempre aperta.

Fra due sta qualcosa che non appartiene né all’uno né all’altro, né d’altronde ad alcun termine. E questo qualcosa deve, in parte, restare indeterminato. La comunicazione che vuol parlare all’altro si dispiega a partire da questo impossibile da dire.[2]

Ne In cammino verso il linguaggio di Heidegger la comunicazione a due non esiste, mancano i termini per esprimerla, come d’altronde nell’insieme della filosofia occidentale. In essa il senso resta sempre incerto, incompleto, nessuno può dire tutto, altrimenti renderebbe lo scambio impossibile. Il tutto è assoggettato al potere della parola, e non del soggetto.

Dire che il più intimo della prossimità appartiene alla parola significa averla già sottratta al suo toccare carnale, violata in qualche modo. Tutto sarebbe già detto, rivelato. La vita, la carne, la relazione a sé e all’altro sono già intaccate e inseminate da un logos sempre già esistente. L’appropriarsi a ogni situazione rischia così di essere mancato a beneficio di una tautologia infinita.[3]

Chi parla è impegnato in una triplice operazione di appropriazione. Una riguarda il rapporto con la lingua, l’altra il rapporto con l’oggetto che ha da nominare, l’ultima il rapporto con l’altro (che Heidegger non ha considerato).

Nella nostra tradizione il fatto che il verbo sia il vocabolo per eccellenza perché crea un legame, uno stato, un mondo, non è sottolineato. Il verbo come azione che opera sul mondo, sull’altro, sul soggetto non è analizzato nella sua complessità. Il verbo scompare, si cancella, si dimentica nel sostantivo.[4]

Nelle sue analisi di enunciati su discorsi prodotti da uomini e donne, Irigaray riscontra delle differenze: la frase tipo dell’uomo è “Mi domando se sono amato” o “ Mi dico che forse sono amato”, quella della donna “Mi ami tu?”; nel primo caso prevale il dubbio, il soggetto parla a se stesso, non c’è luogo per la parola dell’altro. Nel secondo, l’altro, escluso (a) dalla comunicazione, non può che manifestarsi in una invocazione o interrogazione. Chi pone la domanda non è altro che oggetto dell’allocutore poiché l’unico soggetto è il tu.

Spesso, nel suo linguaggio, l’uomo descrive, racconta, enuncia, riunisce, organizza. Rifà il mondo o lo crea. Eventualmente, inscena un dialogo. Ma resta il creatore o generatore dell’universo, e del discorso. La donna, per parte sua, chiacchiera, ciancia, schiamazza, ricama, inventa, divaga. Scambia mezzo di scambio che non ha oggetto. Lei dice. Ma cosa dice? Ripete la ripetizione dell’altro? Non crea il suo mondo? La sua verità? Ma dove porre la domanda se l’altro non lascia varchi, se si mette da ogni parte per afferrare la verità, il mondo, il tutto?[5]

Bisogna dimenticare i vocaboli già conosciuti per accedere alla prossimità. L’uso dei verbi con oggetto diretto favorisce il rapporto soggetto-oggetto a scapito della relazione soggetto-soggetto che necessita di un minor grado di in direzione per evitare al riduzione dell’altro ad oggetto. Amo a te è più insolito del ti amo, ma rispetto di più il due; amo ciò che sei, senza ridurti come oggetto del mio amore. Non si può imparare a parlare una volta per tutte: inventare un parlare è un lavoro creativo che si impone in ogni istante.

E se l’altro si rivolge a me, non è certo denominandolo che potrò entrare in relazione con lui, o con lei. E non è un vocabolo che mi permetterà di avvicinarmi a lui, o a lei. L’approccio deve essere bilaterale: dobbiamo riuscire ad avvicinarci l’un l’altro. E il vocabolo rischia di sottrarci lo spazio che dobbiamo superare poco a poco verso l’altro. Un’attrazione, un desiderio, un voler fare o dire di cui abbiamo ancora da inventare la parola rimanendo in ascolto di quella dell’altro.[6]

Per attenerci ad una preoccupazione dell’epoca, ovvero i rischi delle nuove tecnologie informatiche, queste ultime potrebbero essere schivate proprio grazie allo sviluppo di un dialogo tra soggetti umani, alla relazione tra soggetti nel rispetto della differenza e delle differenze.

Andare alla ricerca di sé, soprattutto nella relazione con l’altro, rappresenta un’opera non ancora effettuata dalla nostra cultura. La parola affronta nuovi compiti, dove creca di parlare ciò che aveva lasciato in un silenzio e in un’opacità ancora indifferenziati. Penetra in altre dimensioni dell’essere, in altri spazi e in altri tempi, apre o scopre nuove radure dove ha da procedere differentemente.[7]

La nostra cultura ha privilegiato la verticalità, il rapporto all’Idea, al Padre, al Tutto-Altro celeste a discapito di una relazione con l’altro come dimensione orizzontale del divenire umano che invoca un discorso, una logica, un rapporto alla perfezione differenti. Un’altra era della parola e del diverso, dove gli occhi hanno una funzione diversa da quella di riconoscere il Medesimo, l’identico. Riscoprono lo stupore, la contemplazione, la meraviglia. Un’era che  modifica la logica e la grammatica del pensare.

Laddove l’umanità credeva di aver concluso il suo percorso, accettando di essere scissa in due, apre lo spazio della sua più decisiva creazione. Il mondo allora si rovescia, non per chiudersi una seconda volta, ma per riconoscere un’obliata differenza, la più irriducibile differenza: quest’impensabile del pensiero, quest’impensato che attraversa l’identità umana. Mai compimento dell’Uno, ma costituzione di due mondi aperti e in relazione l’uno con l’altro.[8]

L’essere in relazion-con, sé, il mondo e gli altri è una dimensione imprescindibile dell’essere umano, che richiede come gesto preliminare un riconoscimento reciproco della propria limitatezza e differenziazione. Di uno spazio lasciato libero per poter trovare una mediazione comune tra due soggetti. Questo spazio non è il vuoto, ma ciò che ciascuno è. Nella concezione occidentale dell’identità la dimensione relazionale dell’umano è obliata. È obliato anche il fatto che l’umano non è uno, ma due. La relazione è concepita solo come rapporto del medesimo con se stesso e non con l’altro, un medesimo storicamente maschile, che si è più curato delle cose del mondo, del suo mondo, che di un altro soggetto, differente da sé.

La fine di una cultura corrisponderebbe anche alla morte di Dio. Quale Dio? Quello della chiave di vota trascendentale di un discorso tenuto da un solo genere, di una verità monosessuata. Il che suppone un rimaneggiamento del mondo, del discorso: un altro mattino, una nuova epoca della storia, dell’universo. La fine dei tempi e l’accesso a un tempo, uno spazio-tempo, differenti. Quello di un possibile compimento dell’incontro tra i sessi?[9]

[1] Luce Irigaray, La via dell’amore, 2008, Torino, Bollati Boringhieri.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, 1985, Milano, Feltrinelli.

[6] Luce Irigaray, La via dell’amore, 2008, Torino, Bollati Boringhieri.

[7] Ivi.

[8] Ivi.

[9] Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, 1985, Milano, Feltrinelli.

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