Tag

, , , , , , ,

Sollecitati dall’impulso sessuale gli amanti rendono la persona altrui l’oggetto di un proprio appetito; possedutala e placata l’istinto, essi la scacceranno. Nella misura in cui l’uomo diviene un oggetto dell’appetito altrui, risultano soppressi tutti i moventi delle relazioni morali, ed egli è una cosa volta a placarlo e ad essere usato da ognuno.                                          Immanuel Kant

L’espressione pornografia significa letteralmente “scrivere su” o “disegnare prostitute”; generalmente l’aggettivo pornografico ha una connotazione fortemente negativa, ma i parametri per valutare la sua portata oscena o sessualmente esplicita varia a seconda dei luoghi, delle culture e delle epoche storiche. Williams definiva la pornografia come “la trattazione o rappresentazione in scritti, disegni, film, fotografie ecc., il cui scopo è primariamente quello di suscitare eccitazione sessuale in chi ne fruisce”. Questa definizione ci permette di escludere dal novero i manuali di anatomia o alcuni film, immagini ecc, che pur mostrando organi sessuali o scene di sesso esplicito, non siano del tutto osceni o offensivi. Non tutti sono d’accordo però, come West che introduce un elemento in più nella definizione: “la trattazione o rappresentazione in scritti, disegni, film fotografie ecc., il cui scopo è primariamente quello di suscitare eccitazione sessuale in chi ne fruisce in un modo che è da ritenersi, in senso rilevante, dannoso”. Il senso rilevante ha avuto diverse interpretazioni: è stato connesso all’immoralità per cui raffigurare atti “perversi” corrompe lo spettatore/cittadino e quindi in tutti i casi è illegittimo (conservatorismo religioso e politico); oppure perché contribuisce a diffondere una mentalità sessista e maschilista, istiga lo stupro e le molestie sessuali. La MacKinnon infatti introduce un ulteriore elemento alla definizione che diventa: “la trattazione o rappresentazione in scritti, disegni, film fotografie ecc., il cui scopo è primariamente quello di suscitare eccitazione sessuale in chi ne fruisce in un modo che è da ritenersi, in senso rilevante, dannoso per le donne”. Donne trattate come merce e oggetto in modo disumanizzante, che provano piacere nell’essere umiliate, nel provare dolore, nell’essere stuprate, legate, percosse, mutilate, in posture di servilismo, ridotte a parti dei loro corpi, sanguinanti o ferite sono il segno di una immagine oppressa e passiva della donna e sono lesive anche per gli uomini, perché si sostiene, sarebbero meno capaci di mantenere relazioni sentimentali stabili. La pornografia quindi genera reificazione: fa diventare le donne cose, cioè strumenti per il raggiungimento del piacere maschile, fungibili, violabili, proprietà, senza autonomia e soggettività, mera apparenza, esseri meramente carnali da guardare e usare, senza dignità. Dunque non permettendo alle donne di essere razionali e scegliere autonomamente rinforza la logica patriarcale. Accanto alla disumanizzazione  la pornografia produce personificazione, attribuisce cioè tratti umani a oggetti che umani non sono: gli uomini considerano le immagini come se fossero donne reali e questo svaluta la soggettività delle donne reali che assieme a quelle “finte” rientrano nella medesima categoria, donne ma non persone. Per la MacKinnon l’oggettivazione femminile deriva da una ineguaglianza tra i generi e da una visione distorta della sessualità: se lo vuole, un uomo può comprare e usare una donna, questo è il messaggio della pornografia che risulterebbe allora una forma pubblica di schiavitù sessuale. Secondo la prospettiva conservatrice, il cosiddetto paternalismo sia religioso che giuridico, di impronta personalista, la pornografia incoraggia la promiscuità, offende la castità, svaluta i valori tradizionali della famigli, della paternità e maternità e della monogamia, banalizza l’atto sessuale riducendolo alla dimensione fisica, fornisce una visione falsata della sessualità ai bambini e adolescenti, a cui manca una vera e propri educazione sessuale; per cui lo Stato è legittimamente autorizzato a intervenire nella vita privata del cittadino, per evitare questa ossessiva esibizione dei corpi e morbosa curiosità di vederli, perché considerati come reato contro la persona e contro il senso del pudore che dovrebbe permettere di resistere alle varie suggestioni. Secondo la prospettiva liberale invece, esclusi i casi di violenza, la legge non dovrebbe mai limitare l’autodeterminazione dei cittadini. La libertà di espressione non può essere limitata solo sulla base di ciò che pensa la maggioranza, ma solo se è dimostrabile che il suo esercizio danneggi nei fatti davvero qualcuno, non a livello morale. D’altra parte chi trova offensivo e degradante il materiale pornografico può semplicemente non usufruirne, perché di fatto non viene imposto a nessuno. La pornografia sarebbe un fatto privato che non causa un danno ai soggetti adulti consenzienti. Prospettiva contestata duramente dalla critica femminista, secondo cui la pornografia non è una legittima espressione di pensiero e non è neanche un semplice rapporto privato tra regista, produttore e consumatore, spettatore. Una giurista, Alice MacKinnon, e una scrittrice, Andrea Rita Dworkin, nel 1983 presentarono, negli Stati Uniti, una proposta di legge anti-pornografia, considerata “sfruttamento”, “propaganda”, “crimine” contro i diritti civili delle donne, proposta non accettata perché contraddittoria  al principio costituzionale della libertà di espressione, che appunto riguarda tutti anche i pornografi. Il loro obiettivo era quello di garantire alle donne uno strumento giuridico in caso di danni subiti e il riconoscimento della portata lesiva dei materiali pornografici, cioè che la pornografia fosse al principale causa della violenza sulle donne: rendere sanzionabile civilmente la produzione e il consumo di essa. Secondo il movimento femminista anti-pornografia essa procura danno perché, presentando come una forma di educazione al sesso, è coercitiva per le donne vittime e offensiva per tutte le donne, e per tutta la società. Le donne finiscono per interiorizzare quel modello di sessualità tanto da non sentirsi offese per nulla: la negazione di questa offesa è il sintomo di un grave danno subito, morale, psicologico e fisico. È vero anche che molte donne non si ritengono affatto sfruttate o svilite, ma affermano che la loro è una libera scelta. Per alcune femministe questa sarebbe una falsa testimonianza, perché la pornografia non può essere un’autentica professione e non viene mai scelta davvero liberamente (spesso sono le condizioni  economiche o la mancanza di altre possibilità lavorative ad esserne la causa). La campagna di MacKinnon e Dworkin non ebbe molto successo negli ambienti femministi, perché fornì una definizione troppo vaga di osceno e pornografico, al contrario suscitò polemiche anche da esponenti della cultura lesbica o da Betty Friedan, un importante esponente del femminismo statunitense. Il loro merito fu quello però di porre l’attenzione su forme di violenze in passato ignorate, come quella negli ambienti di lavoro; infatti nel 1986 la Corte Suprema degli Stati Uniti accettò la tesi della MacKinnon riguardo la molestia sessuale come forma di discriminazione pertanto sanzionabile e punibile (apprezzamenti verbali, sguardi insistenti, battute allusive al sesso, inviti e richieste di rapporti sessuali per un avanzamento della carriera, linguaggio volgare ecc.). Nel 1991, la Commissione europea ha varato un documento (n. 92/131/ CEF) in favore di politiche e codici di comportamento (in luoghi pubblici e privati) che prevengano le molestie sessuali, perché lesive della dignità e della libertà personale.

Annunci