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La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante.                                                                         Carla Lonzi

Una realtà chiaramente evidente e constatabile, fossilizzata all’interno della storia dell’ Occidente tanto da esserne uno dei fondamenti e coincidervi con essa è il patriarcato, teorizzato e praticato come naturale perché radicato in una tradizione millenaria che gli conferisce una legittimazione e lo ritiene giusto. Definito anche come sessismo, perché la elementare differenza tra sesso maschile e femminile funziona come principio di discriminazione e supremazia tra un sesso dominante e uno dominato, oppure  come androcentrismo e fallologocentrismo, esso fa capo ad un dominio storico e culturale di una centralità maschile: pater sta per padre, aner per uomo e fallo per pene. Il pensiero femminista, interessato prevalentemente a comprendere il presente con l’obiettivo di cambiarlo, si propone di scoprire la struttura, i fondamenti,  i meccanismi alla base del patriarcato, il funzionamento di un ordine oppressivo influente ancora oggi e decostruire quel complesso sistema di poteri e significati chiamato ordine simbolico. L’ordine patriarcale si basa su una logica molto singolare che assume il maschile come paradigma, rappresentativo  del genere umano in quanto tale e quello femminile un umano non pienamente tale, incompiuto. Per cui la differenza sessuale va intesa non come differenza degli esseri umani tra uomini e donne, ma come una differenza che fa differire le donne dagli uomini. L’Uomo diventa un concetto universale a cui si modella l’essere umano per eccellenza, e di conseguenza la differenza delle donne corrisponde ad una mancanza o inferiorità.

Problema femminile significa rapporto tra ogni donna – priva di potere, di storia, di cultura, di ruolo – e ogni uomo – il suo potere, la sua storia, la sua cultura, il suo ruolo assoluto. Il problema femminile mette in questione tutto l’operato e il pensato dell’uomo assoluto, dell’uomo che non aveva coscienza della donna come di un essere umano alla sua stessa stregua. L’oppressione della donna non inizia nei tempi, ma si nasconde nel buio delle origini. La Storia è il risultato delle azioni patriarcali.[1]

È il termine natura quello su cui i giochi linguistici dell’ordine simbolico patriarcale si fanno più insidiosi: per natura all’uomo appartengono le qualità propriamente umane ed è superiore alla donna che ne è carente e per questo atto a comandare ed essa ad obbedire. Sempre per natura l’uomo occupa i luoghi tradizionali del sapere e della politica e la donna quello domestico e di cura. Ciò che si definisce naturale equivale a normale, cioè corrispondente alla norma, e dunque  in realtà frutto di un processo di normalizzazione operato da coloro che decidono le norme. Anche se le norme cambiano, è sempre su un paradigma maschile che si definisce la norma e le sue devianze, il discorso sulla normalità e si attribuisce alla donna una posizione subordinata.

La deculturizzazione per la quale optiamo è la nostra azione. Essa non è una rivoluzione culturale che segue e integra quella strutturale, si basa sulla mancanza della necessità ideologica. Il nostro lavoro specifico consiste nel cercare ovunque il rapporto con l’oppressione della donna. Saboteremo ogni aspetto della cultura che continui ancora tranquillamente a ignorarlo. La nostra forza è nel non avere nessuna mitizzazione dei fatti: agire non è una specializzazione di casta, ma lo diventa mediante il potere. L’umanità maschile si è impadronita di questo meccanismo la cui giustificazione è stata la cultura. Smentire la cultura significa smentire la valutazione dei fatti in base al potere. [2]

Non c’è nulla di più culturale della natura; una natura che non è tutto, perché può essere modificata dalla cultura. Se la natura rende la donna schiava,forse la cultura può liberarla, ma non quella patriarcale.

La rivoluzione culturale deve essere basata sull’eliminazione del dualismo che sta alle origini della divisione culturale. Ciò che si avrà nella rivoluzione culturale sarà la reintegrazione del Maschile con il Femminile. Più che un matrimonio, un’abolizione delle categorie culturali stesse, una reciproca elisione, un’esplosione materia-antimateria che porrà termine con un puff! alla cultura stessa. Non la rimpiangeremo. Non ne avremo più bisogno. [3]

Una cultura che per millenni ha visto il dissidio uomo-donna non come dilemma umano a cui trovare una soluzione, bensì un dato naturale. La donna è oppressa in quanto donna, a tutti i livelli, ma soprattutto in quello sessuale: la donna è l’archetipo della proprietà, la proprietà  privata per eccellenza, il primo oggetto concepito dall’uomo per possederlo.

L’oppressione crea una psicologia dell’oppresso. Gli oppressi sono profondamente corrotti dalla loro situazione, invidiano e ammirano senza limiti i loro padroni, perfino il loro atteggiamento nei confronti di se stessi è dettato da coloro che li posseggono. La mentalità femminile dell’oppressione interiorizzata deve vincere prima se stessa prima di poter essere libera. L’antica subordinazione della donna può dar luogo a una forza esplosiva. Le donne rappresentano la rivoluzione. [4]

Siamo in presenza di un sistema a economia binaria, ovvero duale, oppositivo, gerarchico, bipolare: positività del polo maschile e negatività del polo femminile. Uomo come soggetto, donna come oggetto; il primo posto come il Sé, la seconda risulta l’Altro. L’elenco delle dicotomie può essere infinito, ricordiamo le più note come ragione/passione, natura/cultura, mente/corpo, pubblico/privato, vincitore/vinto, trascendente/immanente ecc. che stanno alla base degli stereotipi del maschile e femminile e dei modelli di comportamento. Un’economia dove solo il sesso maschile si autorappresenta decidendo la rappresentazione di quello femminile, posizionandolo come altro dall’uomo e per l’uomo. Ci fa notare giustamente Luce Irigaray che questa economia si fonda su una logica del medesimo: l’uomo, come in uno specchio, si riflette nelle sue autorappresentazioni catturando anche la donna che non è veramente l’altra, è un’altra senza una parola o un’immagine propria. Questa logica dimostra che l’economia binaria è un’economia omosessuale nel senso che l’unico vero soggetto e protagonista ha solo un sesso, quello maschile: l’uomo (homo) che si rispecchia nel medesimo (homoios). Spesso il discorso femminista cade nella cosiddetta “gabbia del linguaggio”, anziché dissolverlo, legittima l’ordine patriarcale come le proposte dell’ecofemminismo, o di Carol Gilligan o infine il mito dell’androgino che intende la struttura oppositiva tra i sessi come complementarietà. Dunque l’economia binaria apparentemente sembra consistere nella logica prodotta dalla categoria della differenza: se uomo e donna sono differenti non si può fare a meno di pensarli come opposti o complementari. Oppure eguali.

[1] Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, 2010, Milano, et al./EDIZIONI

[2] Ivi.

[3] Shulamith Firestone, La dialettica dei sessi, 1971, Firenze.

[4] Kate Millett, La politica del sesso, 1971, Milano, Rizzoli.

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