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Il corpo umano è l’oggetto bello per eccellenza, l’unione dello spirito e della natura vi si trova realizzata al sommo grado.                                                                              Simone Weil

Il tema della bellezza è legato inevitabilmente a quello della libertà di scelta, della corporeità e del potere; violenta è stata la critica infatti da parte del femminismo al cosiddetto “mito della bellezza”. La ricerca della bellezza va intesa come volontà di affermazione e autodeterminazione (faccio del mio corpo quello che voglio)? O come espressione di un disagio non ancora compreso a fondo? Oppure come uno dei tanti modi per reificare e subordinare la donna? Negli anni Sessanta – Settanta la bellezza era interpretata soprattutto in chiave socio-politica secondo lo slogan “il personale è politico” e aveva scelto come bersaglio principale la chirurgia estetica, non la moda, entrambi strumenti di forte condizionamento e vittimizzazione per le donne. Dieci anni più tardi l’atteggiamento verso la chirurgia cambierà radicalmente, protraendosi ancora oggi, perché essa diventerà un mezzo di autorealizzazione ed emancipazione, garante di sicurezza, autostima e felicità. Negli anni Novanta Naomi Wolf e Susan Bordo hanno dato inizio ad una vera e propria battaglia culturale contro la strumentalizzazione dell’estetica, assolutamente negativa per lo donna e il suo corpo.  La Wolf, in The beauty myth: how images of beauty are used against women del 1991, denuncia la dipendenza, l’obbligo della bellezza che si rivelerebbe una costruzione culturale per assumere il controllo e il potere sul corpo delle donne, soggettivandole ancora una volta. La bellezza non prescrive un’apparenza, bensì comportamenti. Già Mary Wollstonecraft nel 1792 scriveva:

Per preservare la bellezza personale, vanto della donna, il corpo e la mente sono stretti in una morsa peggiore di quella delle fasce cinesi e la vita sedentaria che sono condannate a vivere, mentre i maschi scorazzano all’aria aperta, indebolisce i muscoli e logora i nervi. Fin dall’infanzia si insegna alle donne che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Sono ridotte a semplici bambole.[1]

Non a caso ad Atlantic City nel 1968 un gruppo di giovani donne contesterà il concorso di Miss America gettando apertamente la biancheria intima più apprezzata dagli uomini nella spazzatura, un gesto di critica e disprezzo per lo sfruttamento dell’immagine femminile alla base di una cultura sessista, consumistica e conformistica. Nel 1993 in Unbearable weight. Feminism, western culture and the body, la Bordo si sofferma sul tema della magrezza, all’origine dei disturbi alimentari (anoressia e bulimia). Una questione che non si potrà mai risolvere considerando solo le cause psichiche o organiche, bensì inquadrandola come un fenomeno sociale, un disagio o una patologia culturale (come l’isteria di fine Ottocento), sintomo e protesta  non di un solo soggetto, che ancora una volta permette l’esercizio del potere politico sul corpo. Sono state proprio le femministe, secondo la Bordo, a capovolgere  la tradizionale metafora del “corpo politico” in quella della “politica del corpo”, ovvero del controllo ideologico,  dei processi di omologazione e normalizzazione messi in atto dalla natura sistemica della cultura: il vero nemico è il sistema, di cui bisogna essere consapevoli.  Da sempre, nel pensiero femminista, la preoccupazione per bellezza del proprio corpo è stata sempre considerata come una pratica sociale: “le politiche dell’apparenza”, o “le tecnologie di gestione del corpo”, o “una scala estetica dei corpi”, in ogni caso un risultato di manipolazione passiva.  Dunque la donna che fa ricorso alla chirurgia estetica, forma estrema di misoginia medica, è vittima inconsapevole di un sistema di controllo, che i media, la moda o la medicina, riescono ad esercitare opprimendo le donne allo stesso modo del razzismo, dell’omofobia, dell’ageism ecc. Un sistema che in modo capillare finisce per far credere agli individui di essere nullità se non si ha un corpo tonico, asciutto, magro:

Equiparato alla competenza, all’autocontrollo, all’intelligenza, mentre la procacità femminile (in particolare il seno abbondante) è equiparata alla fatuità, tutta occhioni e risolini.[2]

Modificare il corpo è l’unica via per il successo, la riuscita professionale e anche sentimentale: le donne vengono educate a considerare  difettoso e inaccettabile il loro corpo, a confidare nelle fantasie salvifiche dei chirurghi e nell’entusiasmo onnipotente della tecnica. È il termine agency sempre ricorrente, l’agire non individuale, non motivato da scelte proaireticamente condotte, ma guidato da una fiorente pratica normativa, di stampo capitalistico e consumistico, che porta in primo piano la “moltiplicazione dei difetti umani”. Se il corpo perfetto (secondo alcuni standard) è quello “ri-toccato”, persino quello più comune diviene difettoso. C’è una continuo rialzo della posta in gioco, come quello imposto dalla giovinezza artificiale delle star cinematografiche, che bandisce come oscenità anche il processo di invecchiamento naturale. La chirurgia sarebbe un modo per ridurre le donne “a misura”, manipolarle, soggiogarle, “drogarle”, illuderle di poter fare qualsiasi cosa. Ma se tutto è possibile, nulla è più reale, la realtà non avrebbe più nessuna consistenza ontologica. Interessante è il dibattito che la Bordo ha intrattenuto con Kathy Davis a riguardo; perché la Davis invece propone di abbandonare le prese di posizioni aprioristiche e ideologiche per entrare nel merito dei vissuti delle donne, analizzando il desiderio e le ragioni dell’agire che motivano il ricorso a certe pratiche: “prendere la vita nelle proprie mani” per reagire ad un disagio che è quello del sentirsi anormali o diverse. I racconti dimostrano che l’obiettivo non è raggiungere la perfezione, bensì la normalità. Ricorrere alla chirurgia per una determinata donna in un determinato momento della sua vita non esclude la critica ai condizionamenti sociali e culturali, e ad alcuni discorsi semplicistici del cosiddetto “basta dire no”. Ella mette in evidenza la complessità dell’agire che non può essere solo una risposta ad uno stimolo, perché presuppone sempre una specifica storia personale. Ci fa notare la Davis come dagli anni Novanta l’immagine della chirurgia sia cambiata: le differenze sono ormai accettate dunque si tratta solo di una scelta (qualsiasi) per modificare il corpo secondo delle preferenze. Quasi un genere di consumo, una tecnologia neutra che promette una differenza non più in rapporto ad una norma; chiunque può essere un candidato potenziale della chirurgia, vittima di una potente banalizzazione, nel significato e nei rischi, e di una decontestualizzazione e depoliticizzazione (l’ideale privilegiato è il corpo della donna bianca e occidentale). La Bordo insiste sulla mancata consapevolezza del vero funzionamento del sistema sociale che nasconde dietro “libertà” e “scelta”, disuguaglianza e emarginazione (il corpo della donna è più vulnerabile di quello dell’uomo) e sulla “intossicazione postmoderna da possibilità” che induce a voler realizzare i propri desideri ad ogni costo. Il corpo risulterebbe solo un materia grezza, una “materia bruta” radicalmente plasmabile dalla cultura, senza identità e dignità. Una cultura che si camuffa, si pone la maschera della naturalità: la chirurgia moderna interviene, ma si sforza di non lasciare segni, di occultare gli interventi. Raggiungere una bellezza il più naturale possibile senza riconoscere la finzione, l’artefatto culturale. L’ossessione di modificare il proprio corpo, la “democratizzazione” della bellezza, ha come indiscutibile risultato il livellamento dei corpi che ignora le esperienze vissute con il corpo: corpi tutti uguali, senza diversità, senza quelle differenze peculiari e irriducibili di ciascun individuo, un esemplare tra i tanti che è possibile riprodurre all’infinito; fare del corpo un oggetto per soddisfare i desideri significa dimenticare la relazione intessuta con il mondo esterno:

I corpi non sono capi di abbigliamento, da indossare o togliere a piacimento. Gli individui possiedono storie specifiche di sofferenza con i loro corpi, nate dalle loro interazioni con gli altri. Ci si identifica con il proprio corpo in modo graduale, entro un determinato contesto e specifici vincoli.[3]

[1] I diritti delle donne, a cura di F. Ruggeri, Editori Riuniti, 1997.

[2] Susan Bordo, Il peso del corpo, Feltrinelli, Milano, 1993.

[3] Kathy Davis, Revisiting feminist debates on cosmetic surgery. Some reflections on suffering, agency and embodied difference.

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