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C’è qualcuno che coincide con il proprio corpo? Bisognerebbe avere la possibilità di poter modificare il proprio corpo a seconda della moltitudine d’identità che al mente produce, una babele di volti cangianti.                               Alfano Miglietti

Il corpo postmoderno è in uno stato di variazione permanente: un corpo flusso, ovvero nomadico che non ha confini, né identità fisse. Si passa continuamente da un corpo reale ad uno immaginario, continuamente ri- modellabile, ri – disegnabile, perfettibile. Vincendo ogni resistenza carnale di pesi e misure si cerca di essere in forma, ma soprattutto di raggiungere una certa forma, quella imposta dai modelli culturali dominanti. La sociologa marocchina Fatema Mernissi riconosce un inquietante parallelismo tra l’uso islamico del velo e la dittatura occidentale della taglia, la taglia 42:

Gli Ayatollah mettono l’accento su di te come donna, insistendo sul velo. Qui, se hai i fianchi larghi, sei semplicemente fuori dal quadro. Scivoli nel margine della nullità. Puntando il riflettore sulla femmina preadolescente, l’uomo occidentale vela le donne più vecchie, avvolgendole nel chador della bruttezza. Questa idea mi dà i brividi, perché trasforma l’invisibile frontiera in un marchio impresso direttamente sulla mia pelle di donna.[1]

L’alimentazione è il modo più elementare di “fare umanità”, la cura con cui si seleziona il cibo in ogni società ci fa comprendere il tipo e la forma di umanità che si intende realizzare, in vista di risultati estetici. In altre parti del mondo, come in Africa, si preferisce  maggiore robustezza, ma i modelli di riferimento tipicamente occidentali sono rivolti a forme di magrezza.  Si dipinge un corpo sempre con dei difetti: la sindrome da dimorfismo corporeo è l’ossessione verso un elemento del proprio corpo percepito come un difetto, esasperato e ingigantito.

La ricchezza della personalità umana passa in secondo piano e tutto si riduce a qualche particolare anatomico. Ma sono proprio quei particolari che fanno sentire oggi l’individuo perfetto.[2]

Trovandosi in una costante condizione contraddittoria, il corpo oscilla tra la soddisfazione e la repressione, per questo può anche ribellarsi. Non è un caso che i disturbi alimentari siano così frequenti, un modo di affermare la propria identità: l’anoressia è un tentativo di annullare se stessi (repressione), l’obesità e la bulimia di cedere al piacere (soddisfazione). I media e la pubblicità inducono uomini e donne ad accostarsi a certi paradigmi secondo una logica funzionalistica, a costo di fatica e dolore, ma quando questo adeguamento fallisce il cibo può diventare strumento di autopunizione (anoressia, bulimia).

La dieta è l’unico evento della mia vita sul quale io, e io soltanto, eserciti un controllo totale.[3]

Una cultura individualistica e fondata sull’apparenza non può che indurre ad esteriorizzare l’identità personale e a porre una attenzione ossessiva sulla forma fisica. Lavorare sul proprio corpo, con l’obiettivo di raggiungere una figura filiforme, significa prendersi cura di sé, possedersi, essere autosufficienti. Mettere alla prova il proprio corpo, tenderlo verso uno sforzo suscita una sensazione inebriante: un corpo a prova di resistenza. La bilancia appare come l’unico strumento di valutazione di sé.

Ci sono due libri che si trovano in testa in ogni classifica: i manuali di cucina, collezioni sempre più sofisticate, esotiche, esclusive, meticolose, e i libri delle diete, che contengono consigli per l’autoesercizio e all’autosacrificio, all’autoflagellazione.[4]

La dieta ippocratica intesa come il regimen sanitatis a base di riposo, salubrità dell’aria, temperanza delle passioni oggi è diventata identificazione del cibo con la magrezza, unico modello di bellezza e perfezione. “La paura del colesterolo e della cellulite hanno sostituito quella del giudizio universale” scrive ironicamente Toussaint. La magrezza più che un ideale è diventato una ideologia, non più frutto di una preferenza, ma di un processo di normalizzazione che emargina i non conformi e che condurrà sempre più  verso una inconsapevole massificazione. Oltre al mangiare poco e light, di pari passo si è sviluppata anche la necessità di mangiare sano: l’ortoressia è l’ossessione maniacale per i cibi sani, dovuta non solo alla tirannia della taglia ma anche a questioni ambientali piuttosto serie (ecologiste), alle sostanze cancerogene negli alimenti (salutiste), dimostrata dal declino dei fast food e dalla contemporanea ascesa dei whole foods, catena produttrice di cibi biologici. L’attenzione per il cibo si evidenzia dalla stessa costituzione della cucina, che nel corso del tempo si è trasformata da un luogo di incontro e di apertura, conviviale, in un angolo cottura, dove si mangia solo in piedi frettolosamente o in cucina-laboratorio ricca di bilance, dosatori vari che occupa uno spazio sempre più ridotto. Fischler l’ha definita gastro-anomia, un regime alimentare destrutturato, privo di orari e regole, a causa del lavoro che induce sempre più a mangiare fuori casa. La globalizzazione ha privato la casa di quella cura che si materializza in un gesto semplice e concreto: preparare cibi, che ha un valore anche simbolico e relazionale.

Senza questi gesti non si sopravvive. È impossibile una vita senza odore di cura. La casalinghitudine è anche un angolino caldo, da modificare ogni momento. Reinventare per non rimasticare, reinventare per non mangiarsi il cuore.[5]

[1] Fatema Mernissi, L’Harem e l’Occidente, Giunti editori, Firenze, 2006.

[2] Vanni Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino, 2007.

[3] Susan Bordo, Il peso del corpo, Feltrinelli, Milano, 1993.

[4] Zigmunt Bauman, La società dell’incertezza, il Mulino, Bologna, 1999.

[5] Clara Sereni, Casalinghitudine, Einaudi, Torino, 1987.

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