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La differenza è un principio esistenziale che riguarda i modi dell’essere umano, la peculiarità delle sue esperienze, delle sue aperture e finalità, del rispetto della varietà e della molteplicità della vita.                                 Carla Lonzi

Maschile e femminile non sono in alcun caso l’inverso o il contrario l’uno dell’altro. Essi sono differenti. Questa differenza che sta fra loro è forse la più impensabile delle differenze: la differenza stessa.                                       Luce Irigaray

La corrente che fa da contrappeso alle teorie di Genere è il cosiddetto “femminismo della differenza”: un pensiero che rifiuta la neutralità della filosofia e la monosessualità che ha obliato il femminile. Per superare la via dell’indifferenziato o della decostruzione proposta dalla metafisica dei generi bisogna riconoscere il dato originario della differenza sessuale tra maschile e femminile, superando sia la logica della contrapposizione dei sessi che il dominio esclusivo di un sesso. La scelta è quella di ri-significare la soggettività femminile. L’Occidente ha sempre interpretato l’alterità come privazione, imponendo il paradigma dell’uno e del medesimo, subordinando materialmente la donna. La differenza sessuale non è solo di carattere anatomico, ma simbolico e relazionale, per cui va intesa come relazione- a, al contrario dei filosofi dell’ in-differenza che la assorbivano nella totalità dell’uno. Sarebbe opportuna una relazione tra i sessi in termini di ricomposizione, et-et, e non dialettica oppositiva, aut-aut; ovvero né uguaglianza, né neutralità, ma possibilità per la donna di dirsi come soggetto originale e non variante di quello maschile, anche attraverso il linguaggio. Dunque è possibile ricongiungere sesso e genere proprio a partire dalla valorizzazione del ruolo del corpo all’interno della identità personale: bisogna riappropriarsi della materialità (non nel senso marxiano piuttosto fenomenologico )del corpo e non ridurlo a pura cultura. Avere/essere un determinato corpo comporta un modo diverso di stare al mondo, percepire la realtà, fare esperienza, giacché non esistono comportamenti asessuati. È proprio nel corpo che si rende evidente la differenza sessuale, che non può essere solo di carattere biologico considerando la duplice dimensione, somatica e psichica, dell’essere umano, la cui unità è data dalla trascendenza metafisica dello spirito grazie al quale l’io può dirsi tale e sperimentarsi libero e dalla esperienza che si ha dall’interno del corpo, la cosiddetta corporeità. Per avere coscienza del proprio corpo è necessario sentirlo come proprio, ma anche in qualche modo trascenderlo, dato che l’autocoscienza è legata sia al corpo che all’anima. La differenza sessuale, come altri dinamismi corporei, riguarda l’intero soggetto, perché non è né accidentale né totalmente modificabile dalla cultura. Secondo alcuni filosofi si è sessuati perfino nell’approccio cognitivo, negli stili linguistici e nel modo di concepire il tempo e lo spazio. Luce Irigaray, Hélène Cixous e Julia Kristeva sono le maggiori esponenti di questa corrente, tutte provenienti dal noto Psy-et-Po (Psychanalyse et Politique), movimento delle donne sorto in Francia tra il 1968 e il 1970, orientato verso un uso politico delle teorie psicoanalitiche. La Cixous nasce come scrittrice di opere e critica teatrali e narrative, e sarà lei a teorizzare la cosiddetta «écritture féminine», un tipo di scrittura differente da quella maschile, per consentire alle donne di far sentire viva la loro voce.

Dove è lei? Attività/Passività, Sole/Luna, Cultura/Natura, Giorno/Notte, Padre/Madre, Testa/Cuore, Intelligente/Sensibile, Logos/Pathos, Forma, convesso, passo, avanzamento, seme, Progresso/Materia,concavo, terreno,che sostiene il passo, ricettacolo. Uomo/Donna. Sempre la stessa metafora, in letteratura, in filosofia, nella critica, in secoli di rappresentazione, di riflessione.[1]

Il pensiero, la logica, la scrittura da sempre operano per opposizioni, duali, gerarchiche; nelle coppie concettuali più comuni della tradizione occidentale la donna occupa sempre la seconda posizione, quella inferiore o negativa. È il segno evidente del dominio del logocentrismo e del fallocentrismo; un privilegio, quello maschile, che sostiene se stesso soprattutto attraverso l’opposizione attività/passività. La donna è sempre esistita in quanto passiva, o è tale o non esiste. È sull’”abbassamento” della donna che si sono costruite tutta la filosofia e la letteratura, ed è questa la condizione necessaria per il funzionamento della “macchina”.

Che cosa accadrebbe al logocentrismo, ai grandi sistemi filosofici, all’ordinamento del mondo in generale se la roccia su cui hanno fondato la loro chiesa dovesse crollare? Se dovesse venir fuori un girono che il progetto logocentrico è sempre stato, innegabilmente, finalizzato, a fondare il fallocentrismo, ad assicurare all’ordine maschile una legittimazione uguale alla stessa storia? Il fallocentrismo è. La storia non ha che registrato altro che quello. Il che non significa che questa forma sia inevitabile o naturale. Il fallocentrismo è il nemico di tutti. Gli uomini rischiano di perdere, conservandolo.[2]

A quel punto non resterebbe che pensare il non pensabile, il non ancora pensato; il futuro non sarebbe più prevedibile e “milioni di talpe non ancora riconosciute”[3] comincerebbero a venire allo scoperto, a dimostrazione dell’esistenza di profondi e radicati limiti storico-culturali tali da rendere difficile o impedire del tutto di pensare o immaginare qualcosa di diverso.

Non possiamo parlare più di donna e uomo senza venir catturati in un teatro ideologico che trasforma costantemente l’ordine immaginario di ciascuna persona; non c’è ragione di escludere la possibilità di radicali trasformazioni (…) quello che oggi appare come femminile o maschile oggi potrebbe equivalere non più alla stessa cosa. La logica generale della differenza potrebbe non adattarsi più all’opposizione che ancora domina. La differenza potrebbe essere un’espressione riassuntiva di nuove differenze.[4]

La Kristeva è una studiosa di linguistica e di psicoanalisi che non ha mai amato essere definita femminista, ma molti suoi scritti sono stati presi in considerazione in modo consistente dal femminismo. Ella non crede in una «scrittura femminile» o che la scrittura possa essere sessuata(tesi che contrasta quelle più note della differenza sessuale che insistono sulla necessità di costruire un linguaggio sessuato al femminile), ma crede nei valori femminili che potrebbero esplicarsi anche attraverso il linguaggio maschile, che dunque perderebbe la sua portata maschilista. Esiste piuttosto un ordine semiotico delle donne opposto a quello simbolico del padre (di matrice lacaniana) a cui ad esempio si ricollega la contrapposizione tra la concezione femminile del tempo, ciclica e monumentale, negatrice della morte a quella maschile, lineare, progettuale che parte da un inizio per giungere ad una fine, cioè la morte. Un tempo “superiore” quello delle donne perché teso alla vita, il secondo invece alla morte.

Sarebbe possibile distinguere tre tipi di dissidenti nella nostra attualità: il ribelle, lo psicoanalista e lo scrittore (…) E la differenza sessuale, le donne: non è un’altra dissidenza? Quando parlava di Legge, Hegel distingueva la Legge umana da quella divina. Ci sarebbe insomma dalla parte dell’uomo la legge del giorno, dalla parte della donna il diritto dell’ombra. Da notare però che la Legge divina si instaura nella morte. Sono le donne, e il femminismo non lo dice, ad averne meno paura, della Morte come della Legge, ed è per questo che la gestiscono, la Morte e la Legge. Gestiscono quest’ombra della legge politica che è la legge della riproduzione. [5]

La prospettiva del femminismo della differenza si pone dunque agli antipodi di quella a cui Simone de Beauvoir aveva dato inizio decenni prima secondo sui solo il superamento del dato corporeo e della sua pesantezza avrebbe consentito alle donne di essere soggetti e libere; invece è proprio a partire dal corpo e dalla sua specificità che la donna può ritrovare se stessa e la sua femminilità. Dunque il presunto essenzialismo e il carattere universalizzante del femminismo della differenza, ovvero il rischio di opporre l’essenza donna all’essenza uomo forse rivela solo la pretesa di considerare unicamente la donna occidentale, bianca, di classe media ed eterosessuale. In realtà qualsiasi discorso filosofico necessita di un orizzonte concettuale generale e la presunta esistenza di una essenza o natura specificamente femminile non esclude la possibilità di divenire altro da sé. La nota formula della de Beauvoir: «Donna non si nasce, ma lo si diventa» diventa: «Sono nata donna,ma devo ancora diventare quella donna che sono per natura».[6]

[1] Hélène Cixous, Sorties, in J.A. Kourany, J. P. Sterba, R. Tong, Feminist Philosophies, 1992, New York.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Julia Kristeva, Eretica dell’amore, 1979, Torino, La Rosa.

[6] Luce Irigaray, Amo a te.

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