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Respirare è il primo gesto di autonomia del vivente. Ed è una cultura dello spirito che ci consente di accedere allo spirituale.                                                Luce Irigaray

Il respiro delle donne è il primo gesto della loro rinascita, della loro venuta al mondo spirituale, della scoperta di una incarnazione propria. Il primo gesto di autonomia: respirare senza dipendere dal respiro altrui. La cultura del respiro ci consente di accedere allo spirituale. Tradizionalmente i poteri spirituali si manifestano proprio attraverso la capacità di mettere in moto  ciò che è immobile, al contrario le forze diaboliche si compiacciono nel rinchiuso o nel fuoco, ma non nel respiro. Un respiro che richiede sia il contatto con l’anima del mondo e degl’altri e sia un ritorno a sé, nella solitudine e nel silenzio della propria.

Ma quel luogo d’ospitalità che è l’anima della donna, chi lo conosce? Il più delle volte non lo conosce neppure lei. Difficile conquista di un’interiorità propria, di una verginità spirituale per colei che, nei secoli, è stata coinvolta in una disponibilità passiva, in una ricettività naturale al seme e al verbo dell’altro. Tornare in sé per rinascerne libera, animata dai suoi movimenti, dalle sue parole, dal suo respiro sembra la conquista più decisiva per la donna.[1]

Luisa Muraro, una delle voci del testo, si interroga se e come sia possibile iscrivere irreversibilmente l’avvento della libertà nella storia delle donne e allo stesso tempo porge una critica al femminismo, che non ha permesso di giungere a tale libertà, e lo fa servendosi di una ricerca su un’eresia femminile del XIII secolo. La donna in questione è Guglielma, nata dalle seconde nozze del re di Boemia, attorno alla quale si era costituita una cerchia di seguaci o discepoli, i Guglielmiti che la consideravano come lo Spirito incarnato nel corpo di una donna. Dopo la sua morte verrà dichiarata eretica, il suo corpo dissepolto e bruciato pubblicamente. Ella verrà ricordata da alcuni come una donna corrotta, da altri come una Vergine, redentrice del sesso femminile. La Muraro ci ricorda che la storia di Guglielma non è stata semplicemente deformata, come accade spesso quando  si è incapaci di rappresentare l’essere e l’esperienza femminili, ma è andata incontro ad una regressione a causa di “un’assenza di Dio per le donne e una gestione inadeguata del simbolico”.  Guglielma si prospettava come l’incarnazione femminile di Dio, ma questo segno non fu colto dalle donne. Anzi ella non ha avuto un seguito nella storia, non c’è nulla che possa magnificarla.

Ebbene, qualcosa del genere, suo malgrado, fa anche il femminismo nei confronti delle donne: tende a ridurre le donne alla loro empiricità, al dato di fatto, e così le rimpicciolisce e riduce la loro ricerca di autonomia a un tentativo senza fondamento, sempre da ripetere. Nell’orizzonte dato, siamo presenti solo per frammenti.[2]

Guglielma ci insegna che c’è filosofia fuori dalla filosofia: la matrice del suo pensiero è la scienza dello spirito, la stessa che ha nutrito il pensiero di Hegel. In Hegel tuttavia, la dualità del soggetto si risolve sempre in unità e la sessuazione dello spirito è ignorata.  In realtà la continuità tra Guglielma ed Hegel sarebbe potuta esistere se non fosse stata spezzata dal non-pensiero della differenza sessuale. È proprio la sessuazione dello spirito che può garantire la libertà. Perché l’uomo non può e non deve essere la misura universale per la donna, ella troverà la sua misura nel genere femminile, senza alcuna dipendenza. Accettare la differenza tra uomo e donna  significa congiungere il finito all’infinito, corpo e mente. “Alla luce di questo nuovo orizzonte di senso ho intuito quello che insegnava Guglielma quando diceva che lei era lo Spirito santo che si mostrava sotto specie di donna perché se fosse venuta sotto specie di uomo, sarebbe morta come Cristo e tutto il mondo sarebbe perito.”[3] La storia del Cristianesimo nei secoli è stata trasmessa da soli uomini che ci hanno presentato Maria come un corpo femminile sottomesso al Verbo maschile, senza considerare la verginità e la maternità di Maria prima di tutto spirituali, e non solo materiali-naturali. È l’animo vergine, ancor prima che il corpo, la relazione con lo Spirito. La redenzione per le donne è darsi uno spirito o un’anima al femminile, una dimora interiore che non sia solamente fisica, ma anche spirituale: legata al respiro, al soffio, alla parola, allo spirito.

Elaboreremo così un universo in cui potremo vivere, unire le nostre nature, l’umana e al divina, e proporre all’universo maschile un’alleanza fatta al tempo stesso di corpo e parola.[4]

[1] Luce Irigaray, Il respiro delle donne, 2000, Piacenza, Est.

[2] Luce Irigaray, Il respiro delle donne, 2000, Piacenza, Est.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

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