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Il mondo dell’uguaglianza è il mondo della sopraffazione legalizzata, dell’unidimensionale. L’uguaglianza tra i sessi è la veste in cui si maschera oggi l’inferiorità della donna.                                                                                                 Carla Lonzi

Il tema dell’uguaglianza ha ispirato secoli di dura e lunga lotta, ha dato origine allo Stato moderno liquidando il sistema di dominio precedente, ma riguardo la complessa vicenda del femminismo l’ ideale illuminista ha fallito nei fatti. La Rivoluzione francese è stato sicuramente l’evento più rilevante, ma la vicenda ha avuto inizio più di un secolo prima, in Inghilterra, con il giusnaturalismo di Hobbes e Locke che teorizzarono l’uguaglianza di tutti gli uomini nello “stato di natura” con l’obiettivo di mettere fine ad un regime gerarchico dove le differenze tra i sudditi corrispondevano a privilegi, prevaricazioni, esclusioni ecc. Una svolta storica che sostituì un vecchio regime politico basato su differenze tra uomini con un nuovo ordine politico basato sull’uguaglianza tra uomini; in origine il principio quindi fu rivolto esclusivamente agli uomini intesi come maschi. “Tutti gli uomini sono uguali per natura”:  l’assunto che fonda il principio di uguaglianza è pensato solo per il sesso maschile. Allo stesso modo il “suffragio universale” (che di universale non ha nulla) applicato a tutti gli uomini, escluse le donne. L’obiettivo principale del primo femminismo è stato proprio quello di ottenere l’uguaglianza con gli uomini sulla base del presupposto che donne e uomini hanno gli stessi diritti, naturali o divini che siano, e che quindi la lotta fatta dalle donne per il riconoscimento di questi diritti è del tutto legittima: l’uguaglianza di ogni essere umano deve essere messa in pratica, perché le affermazioni teoriche non sono più sufficienti, come principio regolatore delle relazioni umane.

Il mondo è molto giovane e ha appena cominciato a ripudiare l’ingiustizia. Si sta librando della schiavitù dei neri, del dispotismo monarchico, della nobiltà feudale ereditaria, delle interdizioni basate sulla religione. Sta iniziando solo adesso a trattare tutti gli uomini, e non una parte privilegiata, come cittadini. Possiamo sorprenderci che non abbia fatto ancora altrettanto con le donne?[1]

L’emancipazione viene intesa come ammissione all’uguaglianza dei diritti politici, civili, sociali (educazione di base e universitaria, accesso alle professioni ed istituzioni mediche, legali, religiose, partecipazione paritaria alle strutture politiche e amministrative, diritto di voto e alla eleggibilità),  liberazione dagli impegni e obblighi familiari attribuiti in modo esclusivo alle donne, ma anche cambiamento delle condizioni materiali della subordinazione femminile (famiglia, patriarcato, proprietà privata) che rendono l’esistenza delle donne meramente ancillare.

Gli uomini non vogliono solo l’obbedienza delle donne, essi vogliono i loro sentimenti. Tutti gli uomini desiderano avere nella donna non una schiava forzata, ma una schiava che vuole esserlo. Essi pertanto hanno messo in pratica qualsiasi cosa per schiavizzare le menti delle donne. Tutte le donne vengono formate dai primissimi anni dalla credenza che il loro ideale di carattere è proprio l’opposto di quello maschile.[2]

Nonostante la spinta egualitaria della Rivoluzione francese l’uguaglianza formale tra uomini e donne sancita dal diritto non corrispondeva ad una uguaglianza sostanziale: in tutti i luoghi del potere le donne continuavano ad essere poche e subordinate. Un effetto del tutto coerente al paradosso logico che informa questo principio, inscritto nella stessa sua origine storica: il modello egualitario pur dichiarando nulle le differenze tra uomini, non dichiara nulla la differenza sessuale. Dunque è estremamente rivoluzionario per gli uomini perché sovverte l’ordine della sfera pubblica, conservatore per le donne perché mantiene ancora la vecchia distinzione tra sfera pubblica (uomini) e sfera domestica (donne). Le donne forse non vengono neanche prese in considerazione da un modello pensato per eliminare le differenze tra gli uomini, più che escludere le donne esplicitamente; le donne infatti sono già assenti, invisibili, impensabili dalla sfera pubblica a cui il modello egualitario indirizza la sua spinta rivoluzionaria, sono visibili solo nella sfera domestica. Insomma il principio egualitario non compie un gesto intenzionale di discriminazione delle donne, ma opera direttamente nella sfera politica che è già di per sé esclusivamente maschile. Ma questa esclusione non è affatto accidentale, è di carattere primario perché il principio egualitario è pensato dagli uomini per gli uomini ed è ancora una volta ingabbiato nella logica patriarcale e in quel processo antico e fallace che fa appello alla natura. Oggi questo principio è stato oggetto di un allargamento formale, ma non c’è da stupirsi se le donne siano escluse dalla sfera dei poteri: una donna premier tuttora appare come innaturale, un’eccezione. Del resto l’ordine simbolico patriarcale che, nei fatti, le esclude e discrimina, è lo stesso che funge da principio formale del modello egualitario. È interessante notare il paradosso di questo modello quando si vede costretto ad estendersi anche alle donne , rinunciando alla sua coerenza, perché evidenzia una logica che si ingegna a conciliare esclusione e omologazione. Infatti, anche se in origine è costruita sull’universalità del solo soggetto maschile, l’uguaglianza modifica la sua forma, comprendendo anche le donne, nel senso etimologico: nonostante siano donne le prende come se fossero uomini. Si tratta della ben nota logica del “come se” per cui la differenza sessuale andrebbe cancellata, ignorata, e le donne inserite in un processo di omologazione al paradigma maschile. Prima escluse, le donne vengono poi incluse secondo questa logica che prescinde dal fatto che sono donne e non uomini. Nelle sue migliori intenzioni, l’uguaglianza vuole rimediare alla discriminazione sessista incompatibile con gli ideali di libertà e democrazia, confidando negli effetti sostanziali della finzione formale. Effetti impossibili nella realtà: infatti le donne restano tali e non uomini sia nel dato biologico della differenza sessuale, che simbolico che le rappresenta come naturalmente domestiche e impolitiche. Nei moderni testi costituzionali il principio di uguaglianza che omologa le donne agli uomini viene coerentemente contraddetto da un ordine simbolico patriarcale che assieme alle convinzioni diffuse e ai codici sociali sono molto più efficaci delle formalità. Dunque le donne rischiano di doversi adattare quotidianamente al gioco maschile scegliendo se “far carriera” uniformandosi all’identità maschile oppure aderire al presunto modello naturale (casa, figli ecc.). Questa tendenza del modello egualitario segna un passaggio cruciale per la modernità: perché l’esclusione è in scena da sempre, l’assimilazione è tutta moderna. Escluse/incluse, le donne stanno in questo gioco di differenza/uguaglianza, a seconda dei casi e delle evenienze (soprattutto nel mondo del lavoro/potere/sapere).

[1] J. S. Mill, H. Taylor, Sull’uguaglianza e l’emancipazione femminile, 2001, Torino, Einaudi.

[2] J. S. Mill, L’asservimento delle donne, in Feminist Philosophies, 1998, Pearson.

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