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Ciò che è “naturale” non è necessariamente un valore “umano”. L’umanità ha cominciato a superare la natura; non possiamo più giustificare il perpetuarsi di un sistema discriminatorio di classi per sesso sulla base delle origini che si hanno per natura.                                            Shulamit Firestone

A proposito di Donne e Uomini, nei paesi anglosassoni intorno agli anni ’70-’80 si sviluppa un ambito di ricerca inter e multidisciplinare che prende il nome di gender studies (alias studi o saperi di genere in Europa) che analizza le categorie di donna e uomo, della sessualità e della identità di genere, esaminando i loro significati socioculturali attraverso approcci e metodologie differenti. Intendiamo qui il genere non una categoria grammaticale, ovvero un modo per classificare le parole al femminile o al maschile, ma in modo referenziale per indicare la costruzione di una identità che può essere maschile o femminile. Donna e Uomo sono categorie “naturali” (universali) o “sociali” (relative)? La loro differenza è biologica o culturale?La metafisica, che considera la realtà nei suoi aspetti più generali e ha l’obiettivo di stabilire “che cos’è” ciò che nel mondo esiste, riguardo le classificazioni di genere presenta disaccordi: l’approccio nominalista ritiene che le categorie di genere non siano tali in sé, ma delle costruzioni linguistiche stabilite in base al comportamento sessuale degli individui che distinguiamo in uomini e donne perché siamo indotti a credere che gli esseri umani siano divisi in uomini e donne; quello realista invece ritiene che gli esseri umani siano distinti in base a differenze sessuali e che la distinzione tra uomo e donna esista nel nostro pensiero e nel nostro linguaggio perché è di fatto presente nella realtà, corrisponde ad un ordine naturale. Gli gender studies hanno una doppia filiera: una di carattere biomedico nata nell’ambito della sessuologia, genetica e endocrinologia (Stoller, Money) e l’altra di carattere filosofico nata in seno al pensiero femminista. Quest’ultimo ha messo in discussione la dicotomia femmina/maschio, strettamente connessa a dati biologico – anatomici (“sesso”) ritenuta dal senso comune assolutamente coesistente, corrispondente alla distinzione tra uomo e donna, più legata a fattori sociali e culturali (“genere”). La differenza biologica tra individui, il fatto di avere corpi anatomicamente differenti, è sufficiente per poter attribuire lo statuto di donna e uomo e di conseguenza determinare un ruolo diverso in società? Nel 1949 Simone de Beauvoir scrive, nel suo celebre Il secondo sesso, che la distinzione tra uomo e donna è un semplice momento della storia, non è un dato biologico. “Donna non si nasce, lo si diventa”: un assunto che va a minare l’idea che la “natura” (sesso) sia in qualche modo un “destino”. Pertanto il genere viene considerato come un costrutto sociale, cioè si riferisce a quell’insieme di comportamenti, credenze, doveri ecc. che secondo un gruppo sociale definisce la condizione di donna o uomo: è la cultura a determinare la differenza e la discriminazione sessuale.

Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna. Tanto nelle femmine che nei maschi, il corpo è prima di tutto l’irradiarsi di una soggettività, lo strumento indispensabile per conoscere il mondo: si consoce, si afferra l’universo con gli occhi e con le mani, non con gli organi sessuali.[1]

Essere una donna o essere un uomo vuol dire essere trattati come tali solo e fin quando ci si muove all’interno di una certa comunità, si è definiti tali cioè in base ad un criterio relazionale. È incontestabile che l’uomo e la donna abbiano corpi differenti, ma il sesso non può dire cosa il genere propriamente sia. Si tratta di una visione plastica della sessualità, neutralizzata e di cui viene negata la naturalità. L’anatomia non può essere usata come unica base per classificare gli individui in generi, nascere con un corpo femminile o maschile non è sufficiente per spiegare in che modo quell’individuo verrà considerato in società. Ciò che fissa le proprietà caratterizzanti di un genere non è un’essenza o la natura, ma una pratica sociale convenzionale, per cui data la plasmabilità e la contingenza degli schemi di catalogazione e discriminazione non esiste nessuna oggettività del genere, è un concetto dinamico (che va storicizzato e contestualizzato)  e la distinzione in generi non può essere un fatto compiuto. Catherine MacKinnon ritiene che il genere sia il “significato sociale del sesso”: ovvero legato a quelle culture patriarcali dove la sfera erotico/sessuale è interpretata in termini di potere e sottomissione per cui per definire e individuare i generi bisogna far riferimento ad una serie di fattori sociali, politici, economici e culturali che danno luogo a meccanismi di dominio (uomo) e subordinazione (donna). Dunque non si è per natura inclini a comandare (uomo) o a essere oppressi (donna), è una questione sociale attribuire ruoli sessuali differenti, socializzare certi schemi di potere e di conseguenza stabilire differenze di genere. L’immagine della sessualità prospettata è ampiamente contestabile dato che l’oggettivizzazione del corpo femminile come condizione sociale comune a tutte le donne nasconde forse una forma di solipsismo occidentale: non può essere comune a tutte le donne, in tal caso significherebbe che ogni donna condivida qualcosa in base a cui possa essere discriminata; non vale neanche per tutti i contesti sociali. La MacKinnon sembra universalizzare la condizione della donna bianca occidentale emarginando le altre, e non considerando i condizionamenti dei diversi contesti sociali. Sally Haslanger ha tentato di spiegare come, nonostante la tesi del genere come costruzione sociale, si riesca a mantenere una base oggettiva per le distinzioni di genere e che questa non sia discorsivamente costruita. È opportuno considerare il genere come un “type”: un insieme di individui o oggetti che condividono una unità; l’oggettività del type è data non dalle proprietà essenziali, ma dalle peculiarità dell’unità dei suoi membri. Il genere è un type sociale la cui unità non è discorsivamente costruita, ovvero viene negata la tesi secondo cui ogni nostro accesso alla realtà non sia mai diretto, ma sempre mediato dal linguaggio(tesi dell’ubiquità della mediazione del linguaggio e della conoscenza). Questa tesi nega la possibilità di oggettività rispetto alle categorie sessuali e ed è scorretta dal punto di vista metafisico: è indubbio che siano le nostre costruzioni linguistiche a consentirci di mediare con il mondo e non il mondo in sé, ma questo non significa che non ci siano oggetti indipendenti da noi o che possano darsi diversamente, e cioè non discorsivamente. La conclusione è che non ci ragioni sufficienti per sostenere che il genere sia in sé discorsivamente costruito sulla base dell’idea che il nostro rapporto con il mondo sia sempre discorsivamente mediato. Nancy Chodorow ritiene che appartenere ad un genere significhi possedere una personalità di “genere” determinata dal tipo di educazione ricevuta. Il modo di relazionarsi dei genitori verso i figli cambia a seconda del sesso; questo influirà sul modo in cui questi cresceranno e svilupperanno la propria personalità. Ad esempio la madre tende ad identificarsi con la figlia piuttosto che con il figlio, questo induce inconsciamente a incoraggiare i figli maschi a distaccarsi da lei, i quali svilupperanno una soggettività più rigida, rispetto a quella più docile delle femmine. Queste differenze si manifestano in vari atteggiamenti stereotipati: le donne, emotivamente dipendenti dagli altri, inclini a prendersi cura, sacrificarsi per la famiglia, non sono soggetti autonomi; gli uomini emotivamente indipendenti trovano piena realizzazione nel mondo del lavoro, cioè sono capaci di anteporre i propri bisogni a tutto. Questa immagine dei generi è piuttosto fossilizzata nel mondo occidentale, questo non significa che non può esser cambiata attraverso i modelli e le pratiche educative volte ad uno sviluppo equilibrato della personalità indipendente dal sesso di appartenenza e degli stereotipi e il maggiore coinvolgimento di entrambi i genitori nel processo educativo. Natalie Stoljar, per dimostrare che l’identità di genere oltre che ad essere un artefatto culturale sia anche legata a processi psicologici individuali (la differenza tra donne esiste non solo tra diverse comunità, ma anche in una stessa comunità, idem per gli uomini), ha proposto di considerare il genere come un concetto cluster (o “di famiglia”) applicato ad una classe di somiglianze. Per essere donna o uomo non è necessario soddisfare tutti gli aspetti di un certo cluster, dunque non c’è qualcosa di uniforme o unitario che tutte le donne o tutti gli uomini debbano condividere, sussiste piuttosto una relazione di somiglianza, o meglio si appartiene a quel genere se si manifestano alcuni aspetti rilevanti di quel cluster. In conclusione un individuo di sesso femminile o maschile non diviene semplicemente una donna o un uomo, bensì un tipo particolare di donna o di uomo. Iris Young ritiene che i termini uomo e donna possano essere intesi come due diverse “serie” (o collezioni) distinte dai gruppi perché i membri di un gruppo condividono uno stesso scopo o progetto, hanno caratteristiche in comune, i membri di una serie perseguono scopi personali senza necessariamente avere un progetto in comune. Dunque le donne, come gli uomini, non sono unite tutte da uno stesso progetto o un solo tipo di esperienza, il carattere unitario è dato piuttosto da pratiche e consuetudini comuni. Nello specifico, l’esistenza delle donne si articola attorno a fenomeni associati al loro corpo (mestruo, gravidanza, parto) e ruoli che derivano da essi (allattamento, cura dei figli)e ad una serie di pratiche, oggetti convenzionalmente attribuiti ad esse (linguaggio e rappresentazioni simboliche particolari per descriverle, preferenze verso abiti, cosmetici, il ballo, la cucina ecc.). Fin dalla nascita se si è decretati come femmine si è coinvolti passivamente in questi meccanismi sessisti: le bambine ricevono giochi diversi da quelli dei bambini, il ruolo sociale femminile è legato alle sue capacità riproduttive, truccarsi, vestirsi e via dicendo, diversamente dagli uomini: partecipare a queste pratiche significa essere inseriti in una serie. Linda Alcoff presenta una spiegazione del genere come “posizionalità” o “posizionamento” in un contesto sociale e politico. Le diverse posizioni sono innanzitutto legate alle capacità biologicamente diverse di riproduzione umane e poi sono anche espressioni di segregazione sociale e culturale: in base al corpo che possiede, un individuo avrà vite ed esperienze diverse che rafforzeranno l’appartenenza a quella identità di genere. Questa tesi offre una concezione degli individui come co-fautori del propria collocazione nel mondo assieme agli altri; e soprattutto evita di considerare il genere come un prodotto esclusivamente culturale e il sesso legato solo all’anatomia: il genere si articola contemporaneamente sia nella dimensione sociale che in quella biologica. Judith Butler definisce il genere come una categoria “performativa”, che si stabilisce attraverso atti, discorsi e gesti. Il riferimento è alla teoria degli atti linguistici di Austin: il linguaggio performativo ha il potere di generare ciò che dice, non descrive nulla, ma produce effetti sul comportamento e sullo stato delle cose, è un linguaggio operativo. Allo stesso modo è il linguaggio del genere e del sesso che crea ed istituzionalizza uomini e donne fin dalla nascita sancita anch’essa da un atto linguistico performativo: “E’ una femmina” o “E’ un maschio”; per risultare uomo o donna bisogna dunque continuamente mettere in atto tali rituali.  Secondo Butler la questione di genere non è solo una questione discorsiva: la nostra appartenenza ad un genere deve essere continuamente ri-definita, ri-detta, ri-confermata, ri-costruita: solo attraverso questo “fare e disfare” interiorizziamo la nostra identità. Il senso comune e il mondo in cui nasciamo ci inducono a credere che esista un genere naturale, di una “natura” infallibile, universale, necessaria, immodificabile, invece è solo una performance: «il genere è una sorta di recitazione persistente creduta reale».[2] Ovvero non esiste un genere/sessualità autentica e una sovversiva, in autentica; sesso e genere sono socialmente costruiti all’interno di relazioni di potere, divisioni sociali e gerarchiche e in un discorso collettivo che finisce per produrre un contesto normativo dove un genere viene ritenuto “vero”  e l’altro “falso”, e l’eterosessualità normale, non in quanto naturale, ma naturalizzata.

Il genere non sta alla cultura come il sesso sta alla natura; il genere è anche il mezzo discorsivo/culturale attraverso il quale la “natura sessuata” o “un sesso naturale” vengono prodotti come “prediscorsivi”, come precedenti alla cultura, come superficie politicamente neutra su cui la cultura agisce.[3]

Attribuire un sesso o un genere è sempre un gesto oppressivo; il corpo viene plasmato, dominato da queste relazioni che a volte negano o escludono alcuni corpi (dal punto di vista della performatività non ci sarebbe differenza tra un omosessuale ed un eterosessuale). Si potrebbe definire eterosessualità del desiderio quella imposta comunemente: un uomo con un corpo maschile dovrebbe desiderare una donna con un corpo femminile e viceversa; come diceva Marx il mondo va “trasformato”, questi rituali consolidati possono essere sovvertiti. D’altra parte al di fuori di queste relazioni non ci sono corpi sessuati o dotati di genere, per cui concludendo, se la separazione tra sesso e genere auspicata dalla Gender theory, fosse davvero praticabile, prospetterebbe un futuro inquietante per l’umanità: la sessualità sarebbe una pura questione mentale, l’identità il prodotto di una autodeterminazione e smaterializzazione, con tutte le combinazioni possibili e nuove forme di potere, più insidiose. Come osserva F. D’Agostino:

Se la determinazione del Gender è in buona parte volontaristica (non naturalistica), resta irrisolto il problema di come essa possa essere individualisticamente rivendicata come assoluta e non negoziabile. Poiché ciò che conta è il volere che tra due si riveli come il più forte, è molto dubbio che in sistemi di complessità sociale sempre più crescenti, per quel che attiene alla determinazione della identità sessuale, a prevalere siano le volontà di genere di tipo individualistico, a fronte delle pretese regolative sul genere che possano essere avanzate dal potere.[4]

[1] Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, 1984, Milano, il Saggiatore.

[2] Judith Butler, Scambi di genere.

[3] Ivi.

[4] Cfr. Francesco D’Agostino, Ideologia di genere e persona.

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