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La nascita non è stata e non diventerà un soggetto degno di attenzione per la filosofia maschile. Viene trascurata in modo che l’uomo si possa creare da sé. La filosofia femminista sarà una filosofia della nascita e della rigenerazione.                                                                Mary O’ Brien

Ripartire dal corpo “differente” implica necessariamente affrontare la questione del corpo materno, considerando la rivoluzione realizzata dal pensiero femminista quando ha posto al centro della riflessione filosofica la nascita e la generazione, attribuendo loro l’importanza e la dignità speculativa opportune.  La tradizione filosofica, pur affrontando la questione dell’origine, dell’archè, si è sempre orientata prevalentemente al tema della morte, ignorando l’origine fondamentale, quella dell’uomo; eccezioni a riguardo si possono riscontrare nei discorsi teoretici della teologia cattolica sul parto e la maternità (cristologia e mariologia), nell’indagine sulla corporeità della scuola fenomenologica e personalista e negli studi psicoanalitici condotti soprattutto sulla relazione madre-figlio, a cui il pensiero femminista non può che esserne debitrice. Tra le prime pensatrici ricordiamo Adrienne Rich, scrittrice e poetessa,Nancy Chodorow, sociologa e psicoanalista, Virginia Held e Sarah Ruddick, filosofe: tutte impegnate nel conciliare la critica teorica a programmi d’azione. La Rich rifiuta una concezione puramente vittimista della maternità, così come viene presentata sotto il patriarcato: gravidanza barbarica e parto doloroso, nonché superficiale perché non tiene conto della possibilità di contesti politici ed emotivi differenti. Ella distingua la Motherhood, il fare la madre, esercitare la funzione (risorsa) materna, il rapporto potenziale con le capacità riproduttive, dalla Motherning, l’essere madre, ovvero mettere al mondo dei figli, l’istituto della maternità, che garantisce il controllo maschile su tale rapporto.

Il corpo della donna è stato nei secoli un campo di contraddizioni: uno spazio investito di potere e di una profonda vulnerabilità; una figura sacra e l’incarnazione del male; un ribollire di ambivalenze. Abbiamo avuto la tendenza o a diventare il nostro corpo, ciecamente, senza ribellarci, ottemperando alle teorie maschili o a cercare di esistere nonostante esso. Il corpo femminile è stato al tempo stesso territorio e macchina, terra vergine da sfruttare e catena di montaggio produttrice di vita.[1]

Le donne devono ri-cominciare “pensando attraverso il corpo”,riunendo corpo e mente, razionalità ed emotività: l’istituto della maternità non deve più alienare la donna, inchiodarla al suo corpo, ma trasformare la materialità, la pesantezza del suo corpo in conoscenza e potere. Talvolta sono state proprio le donne a voler reagire fuggendo, sottraendosi alla natura femminile del proprio corpo e presentandosi come spiriti disincarnati. Nonostante in alcune società e momenti storici determinati la donna sia stata alienata dalla esperienza materna e la questione del corpo ignorata, come lo dimostrano la rivoluzione sessuale degli anni ’60 (la pillola contraccettiva non ha garantito la parità sessuale), il movimento ecologista (gli allarmismi demografici hanno penalizzato il desidero di maternità), la tecnologia biomedica e la storia dell’ostetricia (laboratorio di esperimenti, medicalizzazione del parto), la logica che considera il padre come “legge, potestà e mai amore” non è assoluta, ma ideologica e storicamente fondata. La Rich si divide tra il pensare la maternità come un’esperienza fondamentale per una donna, appagante e appassionante  nonostante le fatiche e i dolori: il figlio è parte di sé, e una maternità associata alle funzioni di cura dei figli che impediscono la realizzazione professionale, una sorta di violenza subita, di ruolo imposto e non voluto. Tuttavia definendo la maternità come un potere, essa si sostituisce al dominio patriarcale solo grazie all’autonomia sessuale, tralasciando però la dimensione relazionale. La Chodorow , più orientata all’impegno sociale, si chiede come sia possibile decostruire una funzione, quella materna, da sempre considerata come originaria e universale, e che in realtà non sarebbe altro che una costruzione sociale inseparabile da una costruzione simbolica. Il concetto fondamentale è quello di “riproduzione”, di matrice marxiana, della maternità, il perpetuarsi, la ripetizione di una funzione che congela la società in una rete di rapporti statici. L’essere madre non sarebbe altro che uno dei tanti lavori che la società attribuisce in base alla divisione dei sessi: “perché le donne fanno le madri?” e “perché le madri sono donne?”. Un concetto da ricondurre non solo a radici sociali, ma anche inconsce: per gli uomini il fatto di essere statti generati da una donna li induce a realizzarsi dominando gli altri, per le donne invece rende difficile la relazione madre-figlia e quella tra donne e causa il desiderio di essere a loro volta madri.

La riproduzione sociale è asimmetrica. La possibilità di cambiamento emerge non solo da una critica teorica al determinismo biologico, ma anche dagli aspetti contraddittori dell’attuale organizzazione della cura della prole. Qualunque strategia deve tener conto che l’accudimento primario sia condiviso alla pari da uomini e donne.[2]

Una posizione che, trascurando troppo le invarianti biologiche incontrovertibili (necessità della procreazione, il carattere sessuato degli individui) rischierebbe di cadere in una rimozione della differenza sessuale e nell’insignificanza dei differenti ruoli genitoriali. La Ruddick ha come oggetto di indagine non la maternità, bensì il pensiero materno che a suo avviso ha una grande valenza politica e funge da antidoto all’uso della violenza. La prassi materna è un elemento strutturante della identità femminile e dà origine ad un nuovo modello di razionalità: «facendo la madre, si diventa madre e si è capaci di pensare da madre», ovvero un pensiero della cura opposto a quello strumentale della ragione. Volendo evitare appositamente le solite dicotomie, ella si chiede come sia possibile mantenere assieme la strada della Ragione, tipicamente maschile (distacco, obiettività, nessuna emotività) e quella della emotività, tipicamente femminile. Difendendo esplicitamente la dipendenza della teoria dalla prassi, ella attribuisce alla pratica materna adesione alla concretezza, capacità di astrazione, conoscenza e amore, ma anche attenzione, pura, disinteressata, generosa verso il figlio. Dunque la madre per la Ruddick può essere qualsiasi persona impegnata nel lavoro materno, cura, protezione, approvazione sociale, amore e educazione, sia donna che uomo, “gli uomini possono essere anche madri” , questo è il senso per cui “tutte le madri sono adottive” e questa pratica è sia maschile che femminile. Nonostante ella ritenga evidente che non tutte le madri sono materne, perché essere madri non significa solo mettere al mondo un figlio, e che sia possibile riconoscere atteggiamenti materni in donne e uomini che biologicamente non sono madri o padri, resta titubante nei confronti delle tecniche di procreazione medicalmente assistite.

Gli scienziati vogliono ridescrivere la procreazione come produzione controllata, piuttosto che come atto fisicamente innovativo, ma il vocabolario della riproduzione travisa l’originalità della nascita. Un bambino nasce in un contesto sociale, e dunque in un passato, ma è anche un inizio, un principio. Far nascere significa creare una nuova vita. La maternità è la risposta alla promessa celata in quella creazione. Come può un concetto di pratica materna che trascenda il sesso essere riconciliato col rispetto per la fertilità femminile?[3]

È necessario tracciare una storia materna del corpo perché la procreazione, come attività femminile, si presenta alquanto complessa, unisce due soggetti, dipendenza e responsabilità. La filosofia occidentale ha sempre oscurato tale questione opponendo “il corpo della ragione” al corpo delle donne, un corpo più “corporeo” e dunque vulnerabile, imprevedibile e incontrollabile. Una sorta di diffidenza della Ragione che ha voluto liberarsi del corpo per evitare “compromissioni: è ora di ri-definire la Ragione a partire dalla questione della nascita e della maternità, del rispetto del corpo della donna. Ad Hannah Arendt ella riconosce il merito di aver riconosciuto alla nascita il valore di un evento che salva il mondo, «il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua naturale rovina, è il fatto della natalità. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza».[4] La Held insite sulla necessità di fondare un’etica femminista perché l’atto di nascita, trascurato dalla “necrofilia” del pensiero occidentale, possiede un carattere morale, e non semplicemente naturale. Occorre considerare la gravidanza e la maternità come “esperienze” dalla natura relazionale che non posso essere indagate da un punto di vista esterno alla donna: si nasce da una particolare donna.

Il fatto che nessun uomo partorisca e che la capacità di partorire appartenga solo alla donna è un aspetto importante dell’esperienza.[5]

Della nascita non vi è esperienza cosciente a differenza della morte, per questo è stata sempre ritenuta un evento puramente naturalistico a differenza della morte carica di senso. È necessario iniziare a considerare questa realtà in modo diverso: come ricchezza, risorsa dal grande spessore morale, una forma di lavoro umano “espressivo”(nel senso artistico) più che produttivo (in senso marxiano) e dotato di una consapevolezza tutta femminile accompagnata da riti simbolici, fantasie immaginative. Un’ etica della nascita riuscirebbe a incrinare alcuni grandi “mali” sociali come il contrattualismo e l’individualismo.  La nascita è per definizione anticontrattualistica, rifiuta il modello di una relazione strumentale; nella relazione di scambio il protagonista è l’homo oenomicus e la scelta razionale, nella relazione materna il calcolo dei costi e profitti viene sostituito dalla cura e dall’amore incondizionato verso l’altro. L’individualismo presuppone l’esistenza di un soggetto ab-solutus, privo da ogni legame, autonomo e autosufficiente, a discapito del sé relazionale su cui si fonda il rapporto madre-figlio, un rapporto stabile e unico, che ha la priorità di rendere ospitale il mondo per chi nasce. Una relazione sociale primaria, che Irigaray definirà “placentare”, perché simbiotica, che presuppone una concezione del sé non calcolatore e autosufficiente, ma dipendente anche dall’altro ( il potere su, di matrice hobbesiana e marxiana si trasforma in potere a favore di), l’apertura all’altro da sé e alla negoziazione del sé della madre con un “non sé” del figlio (un fenomeno che ad esempio non avviene né con i trapianti né con i tumori), la cui rivalutazione sarebbe l’unico antidoto ad una cultura narcisistica, edonistica, consumistica, individualista e impersonale. Per questo affermerà Irigaray che il corpo femminile riesce a tollerare la crescita dell’altro da sé ed è metafora del rispetto della differenza. La Kristeva denuncia una rappresentazione idealizzata della maternità, fonte di narcisismo e di riduzione del materno in oggetto di appropriazione maschile. Centrale è la teoria dell’”ordine semiotico della madre”, costituito da gesti, segni corporei, scambi sensoriali, contrapposto all’”ordine simbolico del padre” costituito dal linguaggio e dai processi di concettualizzazione. Quello semiotico è uno spazio vitale primario rispetto al simbolico, dove madre e figlio formano una totalità indistinta precedente al sistema simbolico, una simbiosi che non sopprime però la differenza dell’altro, a cui le diverse culture dovrebbero tornare per sviare la morte.

La legge della riproduzione della specie è forse il punto più rischioso che la problematica femminile solleva. Continuiamo a non saper rispondere alla domanda: Che dire del mettere al mondo figli?, che è probabilmente altrettanto bruciante del famoso «Che vuoi?» indirizzato da Freud ad una donna. Dopo la Vergine, che cosa sappiamo del discorso che (si) fa una madre? Innanzitutto la gravidanza è una psicosi istituita: io o lui, corpo proprio o corpo altro, identità che si scinde, si ripiega, si altera senza altro. Con l’arrivo del bambino e l’inizio di un amore, forse il solo vero amore femminile per un altro, comincia l’occasione di accedere al rapporto, così difficile per una donna, con l’Altro: al simbolico e all’etico. Se la gravidanza è una soglia tra natura e cultura, la maternità è un ponte tra singolarità ed etica. Una donna si trova dunque alle cerniere della socialità, garanzia e minaccia per la sua perennità.[6]

In questa prospettiva assume un ruolo rilevante la disabilità censurata dal razionalismo sfrenato che ha censurato la vulnerabilità, il limite e l’imperfezione, tipicamente umani. La Kristeva parte dall’esperienza personale di essere madre di un figlio disabile per riflettere su come le grandi opportunità scientifiche di “creare” essere perfetti in provetta mettano alla prova il concetto di normalità, di sano e rivalutino quello di deficit, handicap e della morte. «E’ possibile cambiare il nostro sguardo di sani sui disabili?» e «Cos’è una madre di un portatore di handicap?»: per essere madri non basta essere genitrici, la vera madre è colei che riconosce una irriducibile straordinarietà del suo bambino, inteso come Altro, Estraneo e non come alter ego migliore e di successo; la maternità simbolica infatti è propria di tutte quelle donne che prodigano cure materne come insegnanti, badanti, assistenti sociali ecc, ed è per questo un costante processo di adozione di estraneità, creazione di un altro io, quello materno per svelare l’alterità, riconoscerla e condividerla. L’incontro con l’irrimediabile differenza della menomazione è un confronto con la mortalità propria dell’essere umano e con il senso che attribuiamo alla specie umana, una differenza che spaventa e spinge al rifiuto, il quale non sarebbe un gesto di libertà, ma di irrimediabile solitudine.

Sono nata in una cultura in cui non si insegna l’amore della madre alle donne. Eppure è il sapere più importante, senza il quale è difficile imparare il resto ed essere originali in qualcosa. Ma come imparerò? Chi mi insegnerà? La risposta è semplice: questo saper amare la madre potrà darmi l’indipendenza simbolica. Sui limiti del sapere e del potere i filosofi si dividono. Io mi metto con quelli che non ammettono limiti assoluti. Non vedo infatti limite a ciò che posso ottenere da una madre che mi ha dato la vita gratuitamente.[7]

[1] Adrienne Rich, Nato di donna, 1976, Milano, Garzanti.

[2] Nancy Chodorow, La funzione materna. Psicoanalisi e sociologia del ruolo materno, 1991, Milano, La Tartaruga.

[3] Sarah Ruddick, Il pensiero materno. Pacifismo, antimilitarismo, non violenza: il pensiero della differenza per una nuova politica, 1980, Como, Red.

[4] Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, 1958, Milano, Bompiani.

[5] Virginia Held, Etica femminista.

[6] Julia Kristeva, Eretica dell’amore, 1979, Torino, La Rosa.

[7] Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, 1991, Roma, Editori Riuniti.

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