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Nel disperato rispecchiamento di un sé, nell’espressa imitazione di un modello alla moda, un’imitazione nell’ordine del comportamento, dell’abbigliamento, della scrittura, del modo di parlare o di vivere, sta la chiave per comprendere il manierismo o la contorsione in quanto modi privilegiati di un in autentico essere-nel-mondo.                                                                    Ludwig Binswanger

La moda ha conquistato nel mondo postmoderno una vera e propria dignità ontologica, un dominio “assolutista”, o se si vuole autenticamente totalitario. Si potrebbe dire che la moda incarni quasi allo stato puro la preferenzialità (ma non la “migliorità”), che sia l’elemento proairetico (dal greco proairesis: “preferenza”, “inclinazione”) per eccellenza, quello più visibile, ma per definizione effimero, mutevole, incostante. Un’autentica forza propulsiva che induce l’uomo a scegliere senza un motivo razionale, etico o estetico: “una ragione pura di preferenza”[1]. Il linguaggio della moda ha una particolarità, quello di essere una istituzionalizzazione a priori, non per gradi, ma quasi spontanea. Viene deciso uno schema di qualcosa, che può essere un abito, una calzatura ecc, in base alla preferenza solo del suo autore, e prima ancora che sia apparso viene imposto dai mass media, dalla pubblicità, con un potere che sembra quasi magico, perché irrazionale e non analizzabile gnoseologicamente.

Le mode hanno un inizio spesso imprevedibile, tumultuoso; pescano nell’elemento inconscio e irrazionale della natura umana. Il bisogno di cambiamento, la sete del nuovo, l’orrore del già visto, insito nel più elementare meccanismo psichico dell’uomo oggi, fanno sì che il terreno per l’attecchimento della moda sia sempre pronto.[2]

“Essere di moda” o possedere qualcosa “all’ultima moda” è sintomo di prestigio sociale, contribuisce a determinare il proprio status symbol (questione analizzata da autori americani soprattutto in riferimento all’abitazione e all’automobile) indipendentemente dalla capacità di discernere lo stile dallo styling (Kitsch). Seguire la moda non è sufficiente per essere in, così come non lo è appartenere ad una elevata classe sociale per risolvere i problemi relativi al gusto o del giusto indirizzo preferenziale. La moda intesa come fenomeno è una sorta di evoluzione dalla “tensione verso il bello” al cosiddetto “buon gusto”; essa è alimentata dal bisogno di distinzione, essere originali, innovativi, (ricerca della identità) e di appartenenza, ricercare il dettaglio che ci fa essere come gli altri (ricerca dell’alterità); e si caratterizza inoltre da un elemento ludico, una messa tra parentesi delle regole, della serietà, del totalitarismo del lavoro che necessita di gioco ed evasione. La moda come sistema è tipica della società di massa, caratterizzata dalle ferree leggi del business: produzione, distribuzione, e mercato. Il sistema ha l’intento di sorprendere il pubblico con le novità piuttosto che educarlo a scegliere secondo l’eleganza. L’abito, ad esempio, anziché rafforzare la propria identità, diventa espressione di impersonalità: il dominio delle griffe o dei brand ha trasformato le persone in “manifesti pubblicitari ambulanti” scrive Enzensberger ne il Necrologio della moda, crea delle élite, escludendo chi non conosce o non utilizza quei brand e considera il lusso non come una ricerca raffinata delle rarità, bensì solo di ciò che è costoso. La moda, dove l’unica regola è quella del mi piace e mi sta bene, viene oggi investita del ruolo di artefice del gusto, un tempo assegnato all’arte, guida nelle percezione della bellezza universale. La moda alimenta una cultura del corpo – veste: un tempo l’abito serviva  a coprirsi, a proteggere l’intimità, a esibirsi, a esprimere la propria identità e personalità (non è un caso se le ideologie volte a esaltare il valore della collettività abbiano imposto uniformità nell’abbigliamento oppure le rivendicazioni sono sempre accompagnate da abiti insoliti), era un indizio, un segno per comunicare con gli altri, aveva un valore performativo, faccio qualcosa indossando quell’abito o viceversa quell’abito mi induce a certi atteggiamenti; oggi più che vestirsi sarebbe opportuno parlare di travestimento, cioè nascondimento o esaltazione del sé, perché ci si affida più all’apparenza, (del resto il significato di look è sembrare), alla silhouette, al portamento, al maquillage, al corpo “griffato” e al corpo “prêt-a-porter, dove la taglia è una sorta di soglia esistenziale, un corpo “unisex”, senza differenze sessuali, un corpo liquefatto direbbe Bauman. La perfezione richiesta dalla moda non è altro che il mito della riproduzione in serie, e fa del corpo-veste quello che Codeluppi chiama “involucro sfavillante, luccicante sugli scaffali delle vetrine”.

Se l’uomo non vorrà soggiacere alle mode, bisognerà che sappia esercitare il proprio criterio proairetico al di sopra di quello che gli viene subdolamente imposto, tanto nei più frivoli settori del costume, quanto nei più seri e decisivi della politica e della società. [3]

Occorre recuperare il valore della narratività del corpo, portatore di una storia specifica raccontata attraverso il corpo stesso, e il valore simbolico del corpo, portatore di un senso espresso dal tutto e non dalle singole parti. Solo se l’abito rafforza l’espressività del corpo, è un prolungamento di esso, allora la moda sarà un’arte del vestire, capace di orientare lo sguardo sulla persona nella sua interezza e a conservare un giusto equilibrio tra l’abito e il corpo, come diceva Coco Chanel: “quando la donna è mal vestita si nota il vestito, quando è ben vestita si nota la donna”.

[1] Gillo Dorfles, Dal significato alle scelte, Alberto Castelvecchi Editore Srl, Roma, 2010.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

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